mercoledì 5 ottobre 2011

lopouztreertzu

dissoluzione sempre bene accetti da uno stato straniero. Noi nazionalsocialisti non possiamo soprassedere al fatto che' qualche antico casato, ormai reso impossibilitato dagli anni, ormai, avendo incarichi diplomatici, un nuovo campo, d'azione, poiché quello vecchio era esaurito deve poter trovare risorse alla sua impotenza. I nostri diplomatici, già coi vecchio Reich, erano così privi di autorità che è inutile continuare ancora sulla stessa strada. In futuro la potenza dei singoli Stati sarà data dalla politica culturale. Il re che si adoperò in maggior misura per fare della Baviera una potenza non fu un convinto partigiano, di concezione antitedesca, ma proprio Luigi I che predilesse tanto la forza della Germania quanto l'arte, fece convergere le risorse dello stato in Baviera per innalzare il limite culturale e non per rafforzare la forza politica, e questo suo comportamento giovò più che qualsiasi altro, alla causa comune. Monaco divenne, da semplice capitale, a più importante città dell'arte tedesca, formando un centro culturale che ancora lega alla Baviera i Franconi, di opposto carattere. Se Monaco non fosse giunta ad una tale importanza, sarebbe accaduto in Baviera quel che avvenne in Sassonia, soltanto che la Lipsia e la Norimberga bavarese non sarebbero rimaste tali, ma sarebbero diventate franconi. Non gridando «Abbasso la Prussia» si valorizzò Monaco; chi la valorizzò fu il monarca, che volle donare alla Germania un gioiello dell'arte, apprezzato e lodato da tutti. Da questo si ricava un monito per il futuro. In avvenire, il valore dei singoli stati non si n'caverà più dallo stato e dalla loro forza, ma in base alla situazione etnica o alla politica culturale. Anche per questo il tempo spianerà la strada. L'intensificarsi delle comunicazioni, porta a contatto tanto gli uomini che i territori regionali, e questi saranno superati, insieme a un livellamento culturale. Prudentemente si dovrà distogliere l'esercito dagli influssi dei singoli stati. Non si devono, da parte del futuro stato nazional-socialista, ripetere gli sbagli passati affidando all'esercito un dovere che non gli conviene. La funzione dell'esercito non sta nel difendere la causa delle singole parti etniche ma in quella di insegnare comprensione e spirito di sacrificio a tutti i tedeschi. Deve essere unificato ciò che in una nazione può causare divisione. Il servizio militare deve avere la funzione, per il giovane tedesco, di far conoscere la sua patria, la Germania, per questo non deve essere svolto nella regione nativa: cioè si deve aprire il suo orizzonte, trasferirlo da quello paesano a nazionale e fargli conoscere quali sono i veri confini che un giorno dovrà difendere. Essendo convinti di questo èinsulso far prestare il servizio militare a Monaco al bavarese, a Karlsruhe al nativo di Baden, a Stoccarda a quello del Württemberg. E' più logico far conoscere al nativo della Baviera il Reno, il Mar del Nord, a quello di Amburgo, le Alpi, e a quello della Prussia del Sud i monti della Germania centrale. La caratteristica regionale deve rimanere nella truppa ma non nell'esercito. Dobbiamo contrastare qualsiasi accentramento, ma non quello militare! Questo è il solo di cui bisogna gioire. Considerata l'imponenza dell'esercito del Reich, è stupido mantenere guarnigioni nei singoli stati. Inoltre nell'accentramento dell'esercito notiamo una logicità alla quale non verremo meno quando istituiremo di nuovo un esercito nazionale. D'altra parte il successo di una giovane idea deve spianare qualsiasi opposizione tendente a frenare lo sviluppo delle sue idee. Il nazional-socialismo deve avere la facoltà di propagandare le sue concezioni a tutto il popolo tedesco, senza limiti territoriali, e convincerlo della rettitudine dei nostri pensieri e ideali. Come la religione spazia al di là dei confini nazionali, così l'ideale nazional-socialista dovrà scavalcare ogni ostacolo dato dai limiti territoriali di singoli stati del nostro paese. La nostra linea di condotta non dovrà essere strumentalizzata dai singoli stati federali: deve riuscire invece a imporsi a tutta la Germania. Deve essere il punto di riferimento della nazione, a cui darà un nuovo ordinamento e per questo deve avere la facoltà di scavalcare i confini derivati da uno svolgimento politico che noi non accettiamo. Tanto più grande sarà il successo, tanto più grande sarà la libertà che, all'intemo, daremo alle singole cose. Per molte ragioni il 1921 fu una tappa decisiva per me e per il movimento. Entrato nel movimento operaio tedesco, mi incaricai subito della propaganda e per me essa era la base di tutto. Infatti era più importante difendere la nostra concezione piuttosto che badare a problemi di inquadramento. Infatti solo mediante la propaganda si potevano ottenere persone da inquadrare. Per di più io sono ostile a voler organizzare in maniera troppo veloce e puerile; se no il frutto che si ottiene è qualcosa di morto e non una sana organizzazione. La struttura è qualcosa che deriva dalla vita e dallo sviluppo organico. Quando una linea di condotta viene assimilata da diverse persone, in queste si configura con un certo ordine, e quest'ordine ha una funzione essenziale. Anche qui bisogna tener presente l'istintiva opposizione ad una idea di un altro. Infatti una struttura viene organizzata in modo che le decisioni vengano impartite dall'alto in basso, esiste la grave possibilità che una persona, forse incapace e non valutata profondamente per quello che vale, cerchi per egoismo di non far assurgere persone valide in grembo al movimento. Lo svantaggio che ne scaturisce può essere gravissimo specialmente per un nuovo movimento. Per questo fatto bisogna prima far conoscere la linea direttiva e in seguito scrutare e giudicare le persone per estrarne gli organizzatori. Si noterà che le persone, all'apparenza incapaci, sono dei veri e propri registi. E' uno sbaglio riconoscere solo nella preparazione culturale una prova tangibile delle capacità direttive. Anzi spesso non è vero. Grandi idealisti raramente sono grandi organizzatori, in quanto l'importanza dell'idealista è data, soprattutto, dalla determinazione o dalla scoperta di regole esatte astrattamente, mentre l'organizzatore è soprattutto uno psicologo. Deve accettare l'uomo com'è e per far questo deve capirlo: senza considerarlo né troppo né poco. Deve badare ai suoi difetti e ai suoi istinti per poterlo indirizzare, dopo una giusta valutazione, al posto più idoneo nel quale possa sfruttare la sua qualità per il successo finale dell'idea. Ancora più difficile è il caso che un grande idealista sia un grande Capo. Questo sarà prevalentemente un agitatore, cosa che non è mai tollerata da chi si prodiga esclusivamente da studioso intorno a un problema. Eppure è logico. Un agitatore, abile nel divulgare al popolo le proprie idee, deve conoscere sempre la psiche umana, anche se fosse solo un despota. Per cui avrà maggiori attitudini a comandare che un idealista fuori dal mondo. Infatti comandare vuol dire avere un ascendente sul popolo. La virtù di creare ideali è completamente diversa da quella di comandare. E' stupido cercare di determinare se sia più importante creare fini per il popolo oppure concretizzarli. Ognuna di queste due non avrebbe significato senza l'altra. Il più virtuoso ideale perde il suo valore se un Capo non convinca i popoli a quello. Ma trovare in uno stesso uomo l'idealista, l'organizzatore e il Capo è la cosa più difficile di questo mondo: questa sintesi crea il grand'uomo. D'altra parte a che cosa gioverebbe la capacità di trascinatore di folle, quando il teorico idealista non fornisse gli ideali a cui pervenire? All'inizio, quindi, mi dedicai alla propaganda. Volevo iniziare, gradatamente, a far conoscere la direttiva del movimento a poche persone, affinché servissero come base per l'organizzazione. Invero il mio scopo andava molto più in là di quello organizzativo. Quando un movimento decide di distruggere una concezione di vivere per sostituirla con un'altra, deve avere ben chiaro queste regole: ogni movimento deve valutare le persone affiliate e dividerle in due categorie: partigiani ed effettivi. La propaganda deve far acquistare partigiani, mentre l'organizzazione le persone effettive. Il partigiano è colui che accetta i fini, effettivo chi lotta per essi. Il primo si vota alla causa del movimento grazie alla propaganda. L'effettivo deve agire in modo da arruolare i partigiani che avranno la facoltà di diventare effettivi. Mentre il partigiano condivide i motivi e i fini di un ideale, ed ha quindi una funzione passiva, l'effettivo ha il compito di combattere per esso e svolge quindi una funzione attiva, si ha così che solo uno o due su dieci ha le qualità per diventare effettivo. Il primo si basa sulla convinzione, sulla ragione, il secondo trapassa questa e se ne serve per diffondere agli altri le idee accettate dalla ragione. Riconoscere che un ideale è giusto è caratteristico degli uomini i quali generalmente sono pigri o tendono all'inattività. L’effettivo deve essere attivo, coraggioso, cosa che non si addice alla maggior parte delle persone. Quindi senza sosta la propaganda dovrà lavorare per acquistare affiliati, mentre l'organizzazione dei migliori partigiani dovrà ricavare nuovi effettivi. La propaganda, non dovrà occuparsi delle qualità, del carattere, delle facoltà di ognuno nell'attirarli a sé, mentre l'organizzazione vi dovrà badare perché solo da un serio discernimento fatto tra costoro scaturisce il successo finale. La propaganda agisce sulla comunità in modo da seguire un ideale e tende a renderla matura per quando ci sarà la vittoria di questo ideale. L'organizzazione riesce nell'intento accogliendo costantemente, organicamente, controllando la combattività, i partigiani che sembrano essere pronti a lottare per il trionfo.

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