giovedì 23 giugno 2011

   Intanto, a mano a mano che si susseguono le archivia-
zioni e le assoluzioni degli indagati eccellenti delle indagi-
ni scippate a de Magistris, la stampa e le tv di regime si di-
vertono a spacciarle per altrettanti «fallimenti» dell’ex pm,
dipinto come un visionario, un incapace, un fabbricante
di «teoremi». Purtroppo non sappiamo né potremo mai sa-
pere come sarebbero finite quelle indagini se non gli fosse-
ro state scippate sul più bello. Nessuno potrà mai stabilire
se fossero fondate su elementi solidi e concreti o su fumi-
sterie persecutorie, perché nessuna di esse è stata portata a
termine dal pm che le aveva iniziate, e dunque tutto quel
che è accaduto dopo non lo riguarda. Ma è improbabile
che i suoi indagati eccellenti fossero tanto ansiosi di libe-
rarsi del magistrato che indagava su di loro, se erano così
sicuri della propria innocenza e della sua manifesta incapa-
cità: in quel caso avrebbero avuto tutto l’interesse a lasciar-
gli completare il suo lavoro, così che venisse smentito dai
giudici, quelli «buoni», quelli che restano a piè fermo in
Calabria, quelli che – statistiche alla mano – non hanno
mai fatto condannare nessuno per corruzione o concussio-
ne. Insomma quelli che hanno trasformato la regione più
inquinata d’Italia in una sorta di Eden incontaminato, con
statistiche penali da far invidia alla Scandinavia. Quelli di
cui non s’interesserà mai nessun politico, nessun ministro
e nessun Csm. Invece la preoccupazione generale era pro-
prio quella di impedirgli di andare fino in fondo nelle sue
indagini, onde evitare che centrassero l’obiettivo.
   Le iniziative di pm pazzi o inetti o visionari s’infrango-
no regolarmente contro il muro dei gip e dei gup, dei rie-
sami, dei tribunali, delle corti d’appello, della Cassazione.
Qui, invece, la coscienza sporca degli indagati eccellenti
aveva intuito che, con quel pm al lavoro, le cose potevano
mettersi molto male. Espulso come corpo estraneo il disturbatore de Magistris, la classe dirigente calabrese può
tornare alla serenità di sempre, ben protetta da una magi-
stratura che, salvo rarissime eccezioni, non ha il brutto vi-
zio di disturbare.
   È bene che queste cose gli italiani le sappiano e non le
dimentichino mai. Soprattutto ora che, non potendo più
fare il mestiere che reputa il più bello del mondo, quello
del pubblico ministero, Luigi de Magistris si è dato alla po-
litica ed è stato eletto europarlamentare nelle liste dell’Ita-
lia dei valori. Naturalmente gli hanno subito rinfacciato di
avere sfruttato la sua notorietà per fare politica, come lo
rinfacciarono a Michele Santoro nel 2005, quando dopo
tre anni di inattività forzata per l’editto bulgaro, non po-
tendo più fare il suo mestiere di giornalista televisivo, si
candidò alle Europee come indipendente nelle liste del-
l’Ulivo. È fin troppo evidente che né a de Magistris né a
Santoro sarebbe mai venuto in mente di darsi alla politica,
se avessero potuto seguitare a fare i mestieri a cui erano vo-
cati. E le loro vicende, per molti versi simili e parallele, do-
vrebbero sollevare un dibattito serio su quanto è avvenuto
nella Seconda Repubblica dei partiti che da sedici anni
combattono i poteri terzi, i ruoli di controllo, le funzioni
arbitrali. E spesso riescono a rendere la vita difficile, se non
impossibile, a chi non si rassegna al ruolo di impiegato,
non si accasa, non si mette al servizio di nessuno.
   Per questo il libro Assalto al pm  di de Magistris è utile.
Non perché racconti la vita di un santo (il protagonista,
come tutti gli esseri umani, ha commesso i suoi errori, ha
avuto le sue debolezze, ha tradito le sue ingenuità e, fatta
salva la buona fede, non ne ha mai fatto mistero). Ma per-
ché racconta una parabola che non è un caso isolato, un
fungo spuntato nel deserto, ma l’ennesimo sintomo del
male incurabile che corrode il paese: la guerra senza quar-
tiere dei poteri forti e sempre meno occulti alle figure ter-
ze, agli irregolari, ai non omologati; la quotidiana potatura delle siepi per segare le punte che emergono dal conformismo, dal servilismo e dalla mediocrità al ribasso.
   Non si tratta di una serie di casi individuali, perché il vi-
rus colpisce tutti i cittadini: sono loro le vere vittime di
questo sistema. Basti pensare all’oggetto dell’inchiesta «Po-
seidone», da cui tutto è cominciato: 800 milioni di euro
spesi in Calabria in dieci anni per depurare le acque del
mare, soldi pubblici (statali, regionali ed europei) in gran
parte rubati da politici, affaristi e «prenditori» (definizione
di Pippo Callipo) senza scrupoli, col risultato che le acque
della Calabria sono più sporche di prima e mettono in fu-
ga l’unica risorsa che potrebbe risollevare la regione dalla
sua cronica depressione: i turisti. Risultato: la classe diri-
gente che ha partecipato a quella gigantesca ruberia è sem-
pre al suo posto, mentre il magistrato che aveva osato tra-
scinarla sul banco degli imputati ha dovuto andarsene.
   La presenza nella magistratura e nell’informazione di
personalità forti, anticonformiste, controcorrente è una
fortuna, una garanzia, una risorsa preziosa. Non averle è
un danno per tutti. Più si accorciano le distanze fra destra
e sinistra verso il partito unico degli affari e dei malaffari,
verso la casta unica dei giornalisti servi, verso la corpora-
zione togata forte coi deboli e debole coi forti, più l’esi-
stenza di individualità riottose agli ordini dei manovratori
e obbedienti soltanto alla Costituzione è un formidabile
antidoto al regime.
   De Magistris la sua battaglia all’interno della magistra-
tura l’ha irrimediabilmente perduta. Ma l’accoglienza che
gli ha riservato Antonio Di Pietro nelle sue liste, la valanga
di voti soprattutto giovani che l’ha portato a Bruxelles e il
patrimonio di stima, simpatia e credibilità che ha saputo
conquistarsi sono comunque motivi di speranza. Sia per
quello che Luigi potrà fare nel suo nuovo ruolo di presi-
dente della commissione di controllo sui fondi europei, sia
perché la sua esperienza è un deterrente contro nuovi «casi de Magistris»: prima di cacciare un altro magistrato perbene solo perché si è permesso di indagare a destra e a sini-
stra senza chiedere il permesso alla destra e alla sinistra, il
partito dell’impunità ci penserà bene. Perché, a partire dal
«caso de Magistris», sa che non potrà farlo a costo zero,
nelle segrete stanze, lontano da occhi indiscreti dell’opi-
nione pubblica. A patto che il «caso de Magistris» sia co-
nosciuto e ricordato da tutti.

mercoledì 22 giugno 2011

    1) De Magistris non avvertì il suo procuratore Mariano
Lombardi di aver iscritto nel registro degli indagati l’avvoca-
to e onorevole forzista Giancarlo Pittelli nell’inchiesta «Po-
seidone», secretando in cassaforte l’atto di iscrizione. Ma Pit-
telli non era un indagato normale, né Lombardi un procura-
tore normale. Lombardi infatti ha un figliastro (figlio della
sua convivente) che è socio in affari di Pittelli. E Pittelli era
il difensore di diversi indagati da de Magistris. Il quale aveva
motivo di ritenere – come ha denunciato a Salerno – che
certe fughe di notizie che avevano vanificato intercettazioni
e perquisizioni provenissero proprio dal suo capo. Insomma
si trovava in una situazione inedita e non prevista dalle leggi:
avrebbe dovuto riferire a un procuratore legato a filo doppio
a un suo indagato. Per questo – per proteggere il bene supre-
mo della riservatezza delle indagini – Luigi aveva deciso di
non informarlo, temendo che Pittelli venisse a sapere di es-
sere indagato e mandasse a monte l’inchiesta. Infatti, appe-
na Lombardi seppe che Pittelli era stato indagato, levò l’in-
dagine a de Magistris. Ma, anziché occuparsi di Lombardi
(che ha traslocato in altra sede prima del processo disciplina-
re), il Csm ha trasferito de Magistris.
   2) Nell’ordine di perquisizione a carico del pg di Poten-
za Vincenzo Tufano, indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta «Toghe lucane», de Magistris inserisce la testimonianza del gip potentino Alberto Iannuzzi, che accusa il pg
di aver chiuso gli occhi sul fatto che un giudice del tribu-
nale presiedeva un processo in cui, a sostenere l’accusa, era
una pm che – secondo voci insistenti – era anche la sua fi-
danzata. Con tanti saluti alla terzietà del giudice e con tan-
ti auguri all’imputato. De Magistris – scrive il Csm – «non
ha indicato elementi di riscontro» alle parole di Iannuzzi.
Dunque ha arrecato «danno» e «discredito» a Tufano. Una
«negligenza» così «grave e inescusabile» da consentire al
Csm di sindacare sul merito di un provvedimento giurisdi-
zionale, cosa che per legge sarebbe vietata. Ora, fermo re-
stando che siamo nel terreno dell’opinabilità più sfrenata,
è del tutto fisiologico che durante le indagini si formulino
ipotesi di accusa che proprio le indagini (e le perquisizio-
ni) sono chiamate a confermare o smentire. Se tutti i pm
che accusano un indagato fossero trasferiti per averlo scre-
ditato, non avremmo più un solo pm in circolazione. Pre-
tendere che il pm parli bene dei propri indagati è forse un
po’ eccessivo. Infatti l’unico che s’è visto contestare un’ac-
cusa così demenziale è de Magistris. Tufano e i due even-
tuali fidanzati sono rimasti ovviamente al loro posto.
   3) De Magistris, «con inescusabile negligenza, dopo l’emis-
sione ed esecuzione nei confronti di 26 indagati di un
provvedimento di fermo, ometteva di richiederne la con-
valida al gip, determinando la conseguente dichiarazione
di inefficacia da parte del gip». E qui, dall’illogicità, si pas-
sa alle bugie. Nel maggio 2005 de Magistris chiede una raf-
fica di misure cautelari per ventisei presunti mafiosi e nar-
cotrafficanti. Ma il gip ci dorme sopra un anno e si perde il
fascicolo per strada. Intanto gli indagati rimasti liberi se-
guitano a delinquere: uno tenta addirittura un omicidio.
Vista l’inerzia del gip, nel giugno 2006 la polizia chiede a
de Magistris di emettere un provvedimento di «fermo del
pm» per tutti gli indagati. Lui lo firma insieme a Lombardi il 23 giugno. Il 12 luglio scattano gli arresti per ottanta
persone in varie parti d’Italia. Due giorni dopo – come
vuole la legge – de Magistris chiede ai gip delle varie città
interessate la convalida dei fermi e altrettante misure cau-
telari. E qui commette una svista, puramente formale e in-
nocua, dovuta – spiegherà lui, invano, al Csm – agli enor-
mi carichi di lavoro: in calce alla richiesta dimentica di in-
serire la formula di rito «chiedo la convalida del fermo» e
scrive soltanto che vuole la custodia cautelare. Ma è evi-
dente che il provvedimento è finalizzato anche alla conva-
lida dei fermi (visto che arriva entro quarantotto ore dai
fermi e le richieste cautelari riposano in pace sul tavolo del
gip da un anno). Tant’è che i gip delle altre sedi capiscono
tutti al volo: convalidano i fermi e lasciano gli arrestati in
carcere. Solo il gip di Catanzaro non capisce, o finge di
non capire, e scarcera i fermati. Il tutto sebbene de Magi-
stris – accortosi della svista – abbia subito inviato una nota
in cui precisa di volere la convalida.
   Il pm emette un nuovo fermo per evitare la scarcerazio-
ne di quei pericolosi individui, poi richiede convalida e
manette, stavolta con la formula di rito. Ma il gip respinge
la richiesta e rimette quasi tutti in libertà. De Magistris ri-
corre al Riesame, che gli dà ragione su tutto, bocciando il
gip e rimettendo dentro i tipi in questione. Per il pg della
Cassazione e per il Csm, questa sarebbe una «grave viola-
zione di legge determinata da negligenza inescusabile» da
parte di de Magistris (non da parte del gip che lascia liberi
per un anno e poi scarcera soggetti pericolosissimi fermati
due volte dal pm). Secondo il Csm, il gip di Catanzaro non
poteva capire l’intenzione del pm perché «il deposito del
provvedimento del fermo non comportava necessariamen-
te la richiesta della sua convalida, potendo il pm anche di-
sporre l’immediata liberazione del fermato e omettere la ri-
chiesta di convalida». Già: ma qui de Magistris non voleva
la liberazione, tant’è che chiedeva (da un anno!) le misure
cautelari. Se uno vuole scarcerare un fermato, non chiede
di arrestarlo. Infatti tutti i gip d’Italia hanno convalidato i
fermi, tranne quello di Catanzaro. Se errore c’è stato, non
è affatto «grave», almeno da parte del pm: perché, per te-
ner dentro quei soggetti, bastava che il gip negasse la con-
valida dei fermi, ma applicasse le misure cautelari esplicita-
mente richieste dal pm. Se invece il pm non si fosse sba-
gliato e avesse chiesto anche la convalida del fermo, e il gip
l’avesse accolta negando – come ha fatto – le misure caute-
lari, i soggetti sarebbero usciti comunque (il fermo dura
quarantotto ore, che erano già scadute). Cosa che infatti è
avvenuta con il secondo fermo e la seconda richiesta di de
Magistris, respinta dal gip poi sbugiardato dal Riesame.
Dunque, se c’è un errore grave, è quello del gip (che però
non è stato nemmeno indagato dal pg della Cassazione né
dal Csm). Pare il teatro dell’assurdo, ma è per questo che
de Magistris viene condannato, trasferito e inibito per
sempre dalle funzioni di pm.
   Non basta. La stessa Disciplinare del Csm pareva ren-
dersi conto dell’assurdità dell’addebito e, pur di rafforzare
la «gravità» della «colpa», prendeva a pugni la logica e il
buonsenso con il seguente paralogismo: «La qualificazione
“grave” va posta in relazione sia all’importanza della norma
violata sia al carattere evidente, indiscutibile dell’errore,
come tale necessariamente conseguenza di “negligenza ine-
scusabile”». Par di sognare: un errore innocuo e irrilevante
diventa «grave» solo perché «evidente». Se il giudice Mario
Rossi si distrae e firma una sentenza «Franco Rossi», l’erro-
re è «evidente e indiscutibile» e viola la norma «importan-
te» che prevede la riconoscibilità del giudice. È pure grave
e inescusabile? Anche Mario Rossi sarà condannato? Al
confronto, l’avvocato Azzeccagarbugli era un dilettante.
   Ultima delizia. La «colpa» di de Magistris sarebbe «grave
e inescusabile» anche perché il procuratore Lombardi ha
dichiarato al Csm che de Magistris riconobbe l’errore: e
Lombardi «è credibile in quanto anch’egli firmatario dei
provvedimenti di fermo e di richiesta custodiale». Parados-
so dei paradossi. Una cosa è grave se è grave. Se invece è ir-
rilevante, non può diventare grave perché lo dice qualcu-
no, tra l’altro coinvolto personalmente (Lombardi è stato
denunciato da de Magistris e perciò indagato a Salerno). E
poi: se Lombardi è «anch’egli firmatario del provvedimen-
to» ritenuto grave e inescusabile, perché è stato condanna-
to solo de Magistris e Lombardi non è stato nemmeno pro-
cessato? Pare di essere al cabaret, invece siamo al Csm, ri-
dottosi ad acronimo di Ciechi Sordi Muti.
   In attesa di prendere possesso delle sue nuove funzioni
nella sede dov’è stato trasferito, il Tribunale del riesame di
Napoli, de Magistris completa il suo lavoro a Catanzaro e
prepara le richieste di rinvio a giudizio dell’ultima grande
inchiesta rimastagli fra le mani, quella sulle «Toghe luca-
ne» (fra gli indagati c’è pure il pm di Potenza Felicia Geno-
vese, celebre fra l’altro per aver indagato così bene sulla
scomparsa di Elisa Claps). Ma, mentre sta scrivendo, il
nuovo guardasigilli, il berlusconiano Angelino Alfano, gli
intima di prendere possesso immediato, dunque anticipa-
to, a Napoli. Così gli impedisce di portare a termine anche
l’unica inchiesta che non gli era stata tolta.
   L’epilogo della storia l’aveva previsto già nel 2006, con
la sinistra lungimiranza di un Nostradamus malandrino,
uno dei «clienti» più illustri di de Magistris: Giuseppe
Chiaravalloti, ex magistrato, ex governatore forzista della
Calabria, indagato in quel momento a Catanzaro per asso-
ciazione per delinquere nell’inchiesta «Poseidone» (poi il
nuovo pm opterà per l’archiviazione) e tutt’oggi sotto in-
chiesta a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. In
una telefonata intercettata nel 2005 con la sua segretaria,
Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela
facciamo pagare... Lo dobbiamo ammazzare. No, gli fac-
ciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla
camorra napoletana... Saprà con chi ha a che fare... C’è
quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corri-
sponde una reazione... Siamo così tanti ad avere subìto
l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata!...
Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi...».
   Le indagini di de Magistris, passate in altre mani, ver-
ranno smembrate, sminuzzate, sfigurate e in parte, secon-
do l’accusa sostenuta dalla Procura di Salerno, insabbiate
dai magistrati che le ereditano. Gli imputati eccellenti ver-
ranno archiviati l’uno dopo l’altro, mentre saranno rinviati
a giudizio perlopiù i pesci piccoli e medi. Intanto anche i
pm di Salerno – Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dioni-
gio Verasani – che stanno scoprendo le ragioni di Luigi e i
torti (per non dire i reati) dei suoi superiori e di molti suoi
colleghi vengono a loro volta attaccati da destra e da sini-
stra, isolati dall’Anm e puniti fulmineamente dal Csm, con
la fattiva collaborazione del capo dello Stato (Nuzzi e Vera-
sani trasferiti e inibiti dalle funzioni di pm, Apicella addi-
rittura destituito, con la scusa di una inesistente «guerra
fra procure» tra Salerno e Catanzaro).
   Missione compiuta: nessuno deve più avvicinarsi alla fo-
gna politico-affaristico-giudiziaria calabro-lucana. Chi toc-
ca quei fili muore, almeno professionalmente. Ne sanno
qualcosa non solo de Magistris, Forleo, Apicella, Nuzzi e
Verasani; ma anche i magistrati onesti di Potenza che han-
no denunciato i loro superiori a Catanzaro (Henry Wood-
cock, Alberto Iannuzzi, Rocco Pavese e Vincenzo Monte-
murro, trascinati dinanzi al Csm e in alcuni casi puniti); e
ancora i consulenti Gioacchino Genchi e Piero Sagona, de-
fenestrati dalle indagini; così come il capitano dei Carabi-
nieri Pasquale Zacheo, trasferito dall’Arma ad altra sede; e
l’inviato del «Corriere della Sera» Carlo Vulpio, che aveva
seguito puntigliosamente le indagini di de Magistris e che,
da allora, non ha più potuto scrivere una riga sul suo gior-
nale. Come nel romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha
Christie, chiunque si sia avvicinato al verminaio catanzare-
se è inesorabilmente caduto.

assalto al pm libro de magistris

Ho conosciuto Luigi de Magistris otto anni fa, nel maggio
2002, quando mi invitò a un convegno che aveva organiz-
zato a Napoli insieme ad altri giovani pubblici ministeri
della sua città. In quel convegno c’era già tutto Luigi, fin
dal titolo: «Le forme del dissenso tra riformismo e globa-
lizzazione».
   L’iniziativa suscitò polemiche ancor prima di svolgersi.
Sia perché a promuoverla erano fra gli altri Francesco Ca-
scini e Marco Del Gaudio, che poco tempo prima aveva-
no fatto arrestare otto agenti di polizia per le violenze
commesse contro decine di giovani no-global al Social Fo-
rum di Napoli 2001, triste prova generale della mattanza
del G8 di Genova del luglio successivo. Sia perché i magi-
strati promotori avevano firmato un «Manifesto per la
Giustizia» che definiva la magistratura «il luogo privilegia-
to di emersione del conflitto tra l’affermazione di una so-
cietà unilaterale e lo Stato di diritto»: un conflitto tra au-
torità e libertà che «può risolversi unicamente nella me-
diazione imparziale di un organo indipendente».
   Quel giorno Luciano Violante, allora capogruppo Ds
alla Camera, gettò definitivamente la maschera bacchet-
tando i magistrati organizzatori: «Mi sembra un manifesto
in parte infondato e in parte demagogico; credo che si ab-
bia il pieno diritto di scrivere certe cose, ma poi si deve essere pronti a essere criticati. Considerare la magistratura
come unico e ultimo argine della democrazia è un errore
assai grave. Considerare se stessi come ultimo ridotto del-
la democrazia significa innanzitutto fare un’analisi sbaglia-
ta della società e, secondo, caricare se stessi di responsabi-
lità che non si possono rivestire proprio in quanto magi-
strati: sono due aspetti assai delicati e si rischia così di non
essere credibili agli occhi dell’opinione pubblica quando si
fanno affermazioni di questo genere». Per fortuna a rimet-
tere le cose a posto sul diritto-dovere dei magistrati di par-
tecipare al dibattito giuridico e costituzionale, intervenne-
ro poi due persone serie come Armando Spataro e Pierca-
millo Davigo.
   Un paio d’anni dopo, de Magistris si trasferì a Catanza-
ro, una delle sedi giudiziarie meno appetibili e appetite dai
magistrati italiani. E affrontò subito con entusiasmo la
nuova avventura in Calabria, terra d’origine di sua moglie:
l’entusiasmo di un figlio del Sud che discende da una fa-
miglia di magistrati (lo erano il bisnonno, il nonno e il
papà, quest’ultimo autore della memorabile sentenza sul
«caso Cirillo»). La prima indagine importante in cui fu
coinvolto dai suoi capi, prima di capire chi davvero fosse-
ro, colpì due persone che conoscevo e ritenevo perbene:
l’avvocato Ugo Colonna e l’onorevole Angela Napoli, dis-
sidente di An, entrambi combattenti dell’antimafia. Il pri-
mo finì addirittura in carcere per violenza e minaccia a cor-
po giudiziario aggravate dalla volontà di favorire la ’ndran-
gheta; la seconda «soltanto» indagata con la stessa accusa.
Scrissi su «MicroMega» un duro articolo che smontava
quell’inchiesta, dalla quale ben presto sia Colonna sia la
Napoli furono completamente prosciolti.
   Qualche mese dopo, dovendo verificare la posizione pro-
cessuale di un parlamentare del centrodestra per un libro
che stavo scrivendo, telefonai a de Magistris in ufficio. Ma,
alla mia domanda, mi attaccò il telefono in faccia. Tant’è che nel 2006, quando partì la campagna politico-mediatica
che mirava a dipingerlo come un magistrato che passava
notizie segrete alla stampa, gli mandai un sms scherzoso:
«Possibile che passi notizie segrete a tutti e, a me che ti chie-
devo una notizia pubblica sull’onorevole Tizio, hai sbattuto
la cornetta sul muso?». Erano i mesi caldi delle inchieste
«Poseidone», «Toghe lucane» e «Why not» e delle furibonde
polemiche montate dopo l’iscrizione nel registro degli in-
dagati dell’allora premier Romano Prodi, di vari faccendieri
calabresi, magistrati lucani, parlamentari di destra e di sini-
stra e infine dell’allora ministro della Giustizia Clemente
Mastella. Fui tra i pochi giornalisti, insieme a Carlo Vulpio,
Antonio Massari, Enrico Fierro e Franco Viviano, a difen-
dere il lavoro di de Magistris sulla stampa nazionale (allora
scrivevo su «l’Unità» e su «L’espresso» e già collaboravo con
Annozero). Luigi ogni tanto mi ringraziava per i miei arti-
coli con sms dolenti, ma mai rassegnati, sempre sereni e de-
terminati. Era convinto che la Costituzione sarebbe bastata
a proteggere la sua indipendenza, il suo diritto-dovere di
indagare fino in fondo, dalla voglia matta di destra e sini-
stra di farlo fuori. Si sbagliava, purtroppo. Isolato quando
non addirittura attaccato dall’Anm, cioè dal sindacato to-
gato che avrebbe dovuto difenderlo, ignorato dalle varie
correnti progressiste e conservatrici della magistratura (for-
se perché non si era più iscritto alla fu Magistratura demo-
cratica), de Magistris fu difeso pubblicamente soltanto da
Clementina Forleo, da Antonio Ingroia, da Felice Lima, da
Piercamillo Davigo e da un pugno di colleghi napoletani
(fra cui Marco Del Gaudio e Pino Narducci).
    Michele Santoro e Sandro Ruotolo lo invitarono a par-
tecipare ad Annozero, una volta con un’intervista registrata
e un’altra in collegamento diretto, quando i suoi superiori
gli sfilarono dalle mani prima «Poseidone» e poi «Why
not», anticipando così la controriforma dell’ordinamento
giudiziario Mastella-Castelli, iniziata dal centrodestra e
sciaguratamente approvata dal centrosinistra: quella che
gerarchizza le procure, espropria i sostituti procuratori del
potere d’indagine «diffuso» e conferisce ai capi degli uffici
poteri di vita e di morte sulle indagini. Controriforma che
consentì subito dopo a Mastella di chiedere, in via cautela-
re e dunque urgentissima, la rimozione di de Magistris da
Catanzaro. Richiesta poi prontamente esaudita, con un al-
tro fulmineo procedimento avviato dal procuratore gene-
rale della Cassazione, dal peggiore Csm che l’Italia abbia
mai avuto. Quello in cui siedono molti consiglieri in pale-
se conflitto d’interessi, per i loro legami con indagati eccel-
lenti di de Magistris, oltre alla «laica» nominata dal Pdci
Letizia Vacca, che si permise addirittura di anticipare il
giudizio («sono cattivi magistrati che vanno colpiti») su
Luigi e sulla Forleo, la gip di Milano che aveva osato difen-
dere pubblicamente il collega nel programma di Santoro, e
che fu anch’essa indebitamente cacciata.
   Alla fine la sezione disciplinare del Csm punì Luigi con
la «censura» e con il «trasferimento ad altra sede e ad altre
funzioni», vietandogli cioè di esercitare il ruolo di pm. La
censura era motivata con la «grave e inescusabile violazio-
ne di norme e disposizioni». L’incompatibilità ambientale
era spiegata col fatto che de Magistris aveva denunciato
«magistrati in servizio a Catanzaro in uffici diversi». L’in-
compatibilità funzionale, infine, era dovuta al mancato «ri-
spetto di regole di particolare rilievo» nonché alle «insuffi-
cienti diligenza, correttezza e rispetto della dignità delle
persone». La lettura delle motivazioni del provvedimento,
costellate di assurdità, illogicità e financo menzogne, dava
la netta impressione che prima si fosse deciso di condanna-
re de Magistris «a prescindere», poi si fosse cercato «qual-
cosa» per giustificare la decisione già presa. Del resto l’an-
ticipazione di giudizio della Vacca e la dichiarazione del vi-
cepresidente Nicola Mancino (presidente della Disciplina-
re) che, violando il segreto della camera di consiglio, parlò di «verdetto unanime», gettavano sulla vicenda altre pesan-
ti ombre. Così come la decisione della Disciplinare di non
attendere la conclusione delle indagini della Procura di Sa-
lerno, dove de Magistris aveva denunciato gli autori del
presunto complotto ai suoi danni e dove quel complotto
era ormai sul punto di essere provato (l’aveva appena rive-
lato allo stesso Csm il pm salernitano Gabriella Nuzzi).
   Vorrei qui riportare, in sintesi, le tre «incolpazioni» che
hanno portato alla condanna di de Magistris, sulle circa
venti, mosse dal pg della Cassazione (per tutte le altre – fu-
ghe di notizie, interviste, Annozero  eccetera – è scattata
l’assoluzione)

giovedì 16 giugno 2011

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FUTURO – La gravità è la più misteriosa delle forze della natura. Da un secolo i fisici teorici ne sono ossessionati, a partire da Einstein, che per primo ne capì la relazione con la geometria. Intere generazioni di scienziati hanno speso la loro vita cercando di riconciliare i due cardini della fisica del secolo scorso: gravità e meccanica quantistica. Negli ultimi anni, grazie alle intuizioni di Leonard Susskind e del premio Nobel Gerard ‘t Hooft, sembra finalmente di avere imboccato la strada giusta, ma per percorrerla bisogna abbandonare la nostra intuizione e abbracciare una nuova visione dell’universo. Si tratta del concetto di olografia. Il primo esempio concreto di sistema olografico, basato sulla teoria delle stringhe, è stato costruito nel 1997 da Juan Maldacena. Ma alcuni ricercatori hanno recentemente scoperto che l’olografia sembra molto più generale della teoria delle stringhe e, forse, siamo finalmente vicini a crackare il codice segreto della gravità. Tenendo le dita incrociate, OS ha intervistato Rajesh Gopakumar, un fisico indiano tra i pionieri di queste nuove scoperte… Che cos’è l’olografia? Si tratta di un concetto radicalmente nuovo nel nostro sforzo di descrivere la realtà fisica in termini matematici. Tradizionalmente, la descrizione dei fenomeni fisici ha spesso portato all’introduzione di nuove entità che a volte non sono visibili a occhio nudo: penso all’atomo, ai campi elettromagnetici, ai quark, e così via. Ma tutte queste entità sono situate comunque e sempre all’interno dello stesso spazio-tempo in cui si trova il fenomeno che esse vogliono descrivere. Anche se non vediamo direttamente le onde radio, queste riempiono lo spazio tutto intorno a noi. Attraverso l’olografia, al contrario, ci proponiamo di descrivere la gravità, nel suo regime quantistico, usando degli oggetti che vivono in uno spazio completamente diverso dal nostro spaziotempo. Questo nuovo spazio “olografico” è talmente diverso da quello in cui viviamo da avere una dimensione in meno: solo due invece delle solite tre direzioni spaziali. Che cosa stiamo imparando di nuovo sulla gravità grazie all’olografia? Sappiamo da tempo che la gravità è qualitativamente diversa dalle altre forze della natura. È universamente attrattiva (a differenza della forza elettrica, dove due cariche dello stesso segno si respingono) e descrive la geometria stessa dello spaziotempo. Ma l’olografia ci racconta una storia radicalmente diversa: i gradi di libertà necessari per descrivere la gravità sono molti di meno di quelli che appaiono. Sono talmente pochi, che per descrivere uno spazio tridimensionale ci basta uno schermo bidimensionale. La chiave per capire questo fenomeno ci viene dallo studio dei buchi neri. L’entropia di un buco nero è pari all’area dell’orizzonte degli eventi (che è bidimensionale) e non al volume racchiuso (che è tridimensionale). Entropia è il nome che diamo in fisica al numero di gradi di libertà di un sistema: ovvero l’informazione in esso contenuta. Dunque i gradi di libertà di un buco nero stanno tutti sulla superficie del suo orizzonte degli eventi. Questo fatto straordinario, scoperto da Stephen Hawking e Jacob Bekenstein, è stato il primo indizio che la gravità ha una natura olografica. Nella comunità dei fisici teorici, fino a ora si credeva che l’olografia fosse intimamente legata teoria delle stringhe. Ma recentemente tu e altri colleghi avete scoperto che si tratta di un concetto molto più generale… Ci è chiaro ormai che si tratta di un concetto più fondamentale della stessa teoria delle stringhe. Insieme al mio collega Matthias Gaberdiel, ho recentemente studiato l’olografia in una teoria che è molto più semplice della teoria delle stringhe, e allo stesso tempo molto più complicata della teoria della relatività generale di Einstein (che descrive la gravità a distanze macroscopiche): una sorta di via di mezzo tra le due teorie, che si chiama “teoria di spin elevati.” Da anni il tuo scopo ultimo è di andare all’attacco dell’olografia per carpirne le leggi fondamentali e scoprire il più semplice sistema olografico e decifrarne il “dizionario.” La tua ricerca ha dato buoni frutti? Credo di sì: il più semplice sistema olografico, che contiene la gravità, è la “teoria di spin elevato” a cui accennavo prima. Lungo la strada però ho scoperto degli altri esempi più semplici, in cui non c’è la gravità, ma che come dei piccoli giocattoli ci permettono di definire in modo preciso cosa intendiamo per olografia, una volta che l’abbiamo ridotta all’osso. Usando questi semplici modelli, che chiamiamo in gergo “stringhe topologiche,” possiamo isolare certi aspetti dell’olografia uno per volta, senza dover risolvere il problema in un colpo solo. Tutti gli esempi concreti di sistemi olografici finora costruiti si basano sulla presenza di una costante cosmologica negativa.Tuttavia, le misure astrofisiche ci hanno mostrato che il nostro universo possiede una costante cosmologica molto piccola, ma di segno positivo… Senza dubbio. Nella letteratura ci sono varie proposte di sistemi olografici con costante cosmologica positiva, ma finora nessuna spiegazione si è dimostrata adeguata. In molti stanno studiando questo problema, ma credo che ci manchi ancora qualche tassello cruciale per risolvere il mistero Recentemente, Erik Verlinde ha proposto una nuova teoria, secondo la quale la gravità non sarebbe una forza fondamentale, ma una forza statistica legata all’entropia. Hai trovato conferme di questa nuova idea nel tuo programma olografico? L’idea di Verlinde è molto stimolante. Partendo da premesse comuni con la visione olografica, rappresenta però un punto di vista molto più radicale sulla natura della gravità. Al momento, non è del tutto chiaro quale sia la relazione tra le due e se sia possibile riconciliarle, si tratta di un problema aperto. Il principio olografico negli ultimi anni ha cambiato il modo in cui gli scienziati guardano alla teoria delle stringhe. Non si parla più di “teoria del tutto,” ma al contrario ora si usano le stringhe come un nuovo metodo per risolvere problemi di fisica dei materiali o di fisica nucleare. Qual è secondo te lo stato attuale della teoria delle stringhe? Ormai è chiaro che la teoria delle stringhe è uno scenario che si può adattare a problemi apparentemente diversissimi tra loro. Piuttosto che un candidato per la teoria della gravità quantistica oppure per descrivere la fisica delle particelle oltre il Modello Standard, la teoria delle stringhe rappresenta uno potente strumento di calcolo. Si tratta di una generalizzazione del concetto di teoria quantistica di campo, quest’ultima utilizzata con successo dappertutto in fisica. La teoria di campo venne scoperta nel contesto della fisica delle particelle, ma si capì in seguito che si trattava di un linguaggio universale che poteva essere applicato alla fisica dei superconduttori e dei materiali, alla dinamica dei fluidi e persino alla finanza! La teoria delle stringhe è molto simile: si tratta di uno strumento che può essere utilizzato laddove la teoria di campo non è più valida. C’è un modo di usare l’olografia per mettere alla prove sperimentale la teoria delle stringhe? Sono convinto che sia possibile usare l’olografia per testare le stringhe in modo del tutto inaspettato. Sto pensando alle ricerche recenti che cercano di spiegare certi aspetti della fisica dei materiali, nel caso per esempio di elettroni fortemente accoppiati, in termini olografici, usando metodi mutuati dalla fisica gravitazionale. Se questo programma riuscirà a individuare esperimenti specifici con cui testare l’olografia, avremo finalmente una conferma di questa idea rivoluzionaria e, nella migliore delle ipotesi, della stessa teoria delle stringhe. Stai dicendo che c’è una nuova rivoluzione delle stringhe dietro l’angolo? Stiamo finalmente mettendo insieme nuovi ingredienti concettuali che ci permetteranno presto di fare un salto di qualità. Campi così complessi come la teoria delle stringhe hanno bisogno di periodi di relativa calma, in cui costruire quelle solide basi che aprano la strada a drammatici “balzi in avanti.” Ho la sensazione che mettendo insieme le varie novità emerse in quest’ultimo periodo e unendo i trattini ci aspetti qualche grossa sorpresa…

domenica 12 giugno 2011

Soldi - Guadagna con Twitter

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