martedì 25 ottobre 2011
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L’INTERVISTA Burg (Basilea). Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione. Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta. Il sole entra nella stanza bianca del suo laboratorio di ricerche farmacologiche, secondo piano della Sandoz, Basilea. Sono le due del pomeriggio di un giorno speciale, il 19 aprile 1943: il chimico Albert Hofmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di LSD della Storia. Aspetta, e ancora non sa di avere appena socchiuso quella che Aldous Huxley, un decennio più tardi, avrebbe chiamato «la porta della percezione». Ancora non sa che quella soluzione incolore – dietilamide del- l’acido lisergico ottenuta per caso, provata per curiosità – vent’anni dopo avrebbe fatto il giro dei mondi possibili, conquistato ragazzi californiani, musicisti anglosassoni, scrittori europei, sognatori viaggianti. Avrebbe creato ostinati cercatori di sé e grandi parole come Rivoluzione Psichedelica. Avrebbe generato lampeggianti terrori, rivelazioni solitarie, decadenze floreali, paranoie, infelicità, amori, illuminazioni, nuovi sguardi sul mondo, nuovi mondi. «No, non sapevo niente di tutto questo. Non potevo immaginare. Ero solo un giovane chimico seduto sulla propria sedia, nel proprio laboratorio, dentro al confortevole mondo delle formule, in attesa di qualcosa.» 5 Oggi Albert Hofmann ha i capelli bianchi, voce rauca, accento spigoloso da svizzero tedesco, sorrisi improvvisi. Ha appena compiuto 86 anni, ha provato ogni tipo di allucinogeno chimico, ha fumato l’oppio, ha masticato le piante magiche degli indiani d’America, i funghi sacri di Messico e Centroamerica. Da vent’anni è in pensione. Ha quattro figli, nove nipoti, una moglie. Cerca ancora una sintesi di quello che ha vissuto. E cercando, scrive, pensa, nuota, guida velocissimo, viaggia. Hofmann abita (per dir così) in bilico su tre confini della vecchia Europa, in una villa solitaria tra le colline sopra Burg, cinquanta chilometri da Basilea, Svizzera, duecento metri dal confine con la Francia, quindici chilometri da quello con la Germania. Dalle sue finestre vede l’Alsazia e i Vosgi. Ma i suoi occhi azzurri guardano molto più in là, sono affacciati su quel pomeriggio del ’43. «Bevo e aspetto. Guardo fuori. Sale piano qualcosa di strano, un soffio, una vibrazione. Di colpo mi cambia il quadro ottico. Vedo per la prima volta: gli oggetti hanno colori abbaglianti. Sento per la prima volta: è come se ogni più piccolo rumore avesse trovato la strada segreta per arrivare fino a me, con precisione. È a quel punto che succede.» Hofmann chiude gli occhi, rallenta il racconto, sceglie le parole. «Improvvisamente ho paura. Sento che mi sto staccando. Si è creata una distanza tra me e il mio corpo. La paura diventa terrore. Mi alzo, ho una sola idea: 6 voglio andare a casa. Salgo sulla bicicletta e tutto quello che vedo intorno è diverso. Ho la precisa sensazione di essere immobile. Sto pedalando sempre più veloce, lo spazio intorno a me si allarga, mi inghiotte. Non ho vie di scampo, non riesco a muovermi. I rumori intorno diventano colori, lampi di blu, strisce di rosso. Non so come, mi ritrovo a casa, da solo. Sono seduto sulla poltrona, gli oggetti sono animati, si muovono, il mondo è completamente diverso eppure io penso: è così che deve essere. Penso: sono pazzo, voglio tornare indietro. Panico, panico. Lontano da me, molto lontano, nel mondo delle cose, vedo comparire il mio assistente, poi mia moglie. Sento parole, c’è un medico. Sono nel mio letto. Sento che dentro di me si sta fermando il cuore, si sta fermando il tempo. Sto morendo e nessuno se ne accorge. Il cuore è fermo. Dico al medico che ha la faccia sfigurata: “Sto morendo”. Ma lui mi sta misurando la pressione, mi ascolta ilbattito, dice: “È tutto perfetto, non si preoccupi”. D’improvviso la paura rallenta. Sono nel mio letto, non mi può succedere niente di terribile. Ecco, piano piano, cado nel torpore. I pensieri rallentano, smetto di reagire. Il tempo ricomincia a fluire, è notte fonda, ho sonno. Dormo benissimo e alla mattina, quando mi sveglio, provo una sensazione bellissima. Intorno a me è tutto nuovo, tutto fresco, tutto piacevole. Mi guardo intorno e ho la netta sensazione di essere in un mondo nuovo.» 7 Gli occhi azzurri di Hofmann tornano a concentrarsi sul presente. Fa impressione ascoltare il racconto di un trip – di un viaggio lisergico – da un piccolo vecchio in giacca, cravatta e ottime maniere che ora si alza, dice «Venga», attraversa il grande salone della villa, supera il pianoforte a coda, le vetrine con statuette azteche, la porta a vetri da cui si intravede l’azzurro della piscina coperta, il verde delle piante, e approda nel suo studio, due pareti di vetri, il resto libri. Si siede, dice: «Nel mondo sono usciti duemila libri scientifici che riguardano l’LSD. Qui ci sono tutti». Giusto, tutti figli suoi, quegli studi. Come pure metà del pop che si è suonato nel mondo per una dozzina d’anni è figlio della sua sostanza e una parte dei chilometri viaggiati da Jack Kerouac e Neal Cassady e l’inchiostro di Allen Ginsberg e i giochi di Ken Kesey e i racconti elettrici di Tom Wolfe e le incazzature di Abbie Hoffman e Jerry Rubin e i raid teatrali del Living di Julian Beck e le riflessioni antipsichiatriche di RonaldLaing e David Cooper. È per quei suoi milligrammi di chimica che 10 milioni di ragazzi (solo negli USA, in due decenni) hanno provato ad “aprire le proprie coscienze” e a viaggiare dentro sé stessi. A cosa stava lavorando quando scoprì l’acido? «Stavo cercando di sintetizzare uno stimolatore della circolazione sanguigna. Ci avevo provato nel 1938 e non ero arrivato a niente di buono. Ho ripreso nel ’43 e come capita spesso in laboratorio, ho trovato quello che non mi aspettavo.» 8 Ha ricostruito il momento in cui, diciamo così, si è realizzato lo scambio? «Non lo so, non lo so. Ricordo solo che qualche giorno prima di ingerirla, mi erano cadute un paio di gocce della soluzione sulla mano. Qui, vede? Sotto al pollice. Ricordo che ho avuto come un giramento di testa, una nebbiolina davanti agli occhi, un impercettibile mutamento dei colori. Due giorni dopo ho ripensato a quello che mi era successo e ho deciso di provare. » Che effetto le fa la storia della sua sostanza? «Uno strano effetto perché se ne è abusato con troppa leggerezza. Gli allucinogeni sono sostanze da prendere molto sul serio. Agiscono nel profondo, non le si può usare per animare la superficie liscia di un gioco. In America e in Europa, l’LSD è stato usato spesso nel modo sbagliato.» Dopo il suo primo trip, Hofmann ha continuato con regolarità gli esperimenti. «Mai da solo, sempre con persone amiche, sempre in posti confortevoli, sempre con almeno un mazzo di fiori vicino. L’ambiente è molto importante perché ogni più piccola sensazione, disagio o benessere, viene immediatamente amplificata. Ho sempre preferito i luoghi aperti a quelli chiusi, un prato, un bosco. Quando non era possibile, allora il posto migliore rimane il salotto di casa. Sempre con buona musica.» Lui ascolta Mozart. Se gli si chiede dei Pink Floyd, dei Jefferson Airplaine, dei cento musicisti West Coast, lui alza le spalle e si capisce che non gli interessa 9 no molto. Una volta ha conosciuto i Grateful Dead, gruppo lanciato durante gli Acid Test organizzati da Ken Kesey a San Francisco. Sono arrivati da lui, sballatoni e allegri, per dirgli: «Thank you, thank you!». Nient’altro. E lei? «Beh li ho salutati.» È vero che dopo anni di oblio l’acido sta ritornando in auge?
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