mercoledì 5 ottobre 2011

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un soldato. Nello Stato nazionale l'esercito non insegnerà più a marciare o a stare sull'attenti, ma sarà la scuola conclusiva dell'educazione all'amore della Patria. La giovane recluta imparerà nell'esercito a usare le armi, ma nello stesso tempo dovrà essere preparata per la sua vita successiva. E al vertice dell'educazione militare ci deve essere quella che all'esercito precedente fu riconosciuta come grandissima qualità: alla scuola dell'esercito il fanciullo deve diventare un uomo, non deve solo imparare ad obbedire, ma anche conquistarsi le condizioni preliminari per comandare in avvenire. Deve imparare a stare zitto non solo quando è sgridato a ragione, ma anche quando è sgridato a torto. Quando avrà terminato il servizio militare, gli verranno dati due documenti: il suo diploma di cittadino dello Stato che gli renderà possibile un pubblico ufficio e un certificato di salute fisica, che gli servirà per provare la sua sanità fisica e la sua disposizione al matrimonio. Lo Stato nazionale può occuparsi anche dell'educazione delle ragazze partendo dagli stessi principi che usa per educare i ragazzi. Anche in questo caso si deve dare una preminenza alla educazione fisica, e soltanto in un secondo tempo ci si deve preoccupare (il progredire le facoltà psichiche ed intellettuali. *** Soltanto in un secondo momento lo Stato nazionale deve agevolare la formazione del carattere. E' chiaro che le qualità peculiari dell'individuo sono innate in esso: chi è egoista, resta sempre tale, chi è idealista, lo sarà sempre. Ma fra i temperamenti delineati con massima chiarezza vi sono milioni di temperamenti, incerti, disorientati, vaghi. Il criminale nato rimarrà sempre un criminale: ma moltissimi uomini che hanno solo una certa tendenza al crimine possono trasformarsi, con un'adeguata educazione, in utili componenti della comunità nazionale. Al contrario, una educazione inadatta, può fare pessimi elementi di caratteri vaghi. Durante la guerra fu spesso lamentato che il nostro popolo non sapesse tacere. E per questo fu difficile nascondere al nemico segreti anche di grande interesse. Ma chiediamoci una cosa: che cosa ha fatto prima della guerra, l'educazione tedesca, per insegnare al popolo il silenzio? E sfortunatamente, proprio nella scuola la piccola spia non fu spesso preferita ai suoi silenziosi compagni? Non si ritenne e non si ritiene la denuncia come una encomiabile sincerità e il silenzio come biasimevole testardaggine? Si è forse tentato di rappresentate il silenzio come una meravigliosa qualità virile? No, perché per la nostra moderna educazione scolastica queste sono stupidaggini. Ma queste stupidaggini costano allo Stato milioni di marchi di spese giudiziarie, perché il novanta per cento dei processi di calunnia avvengono soltanto perché non si sa tacere. Parole dette senza pensarci vengono ripetute con altrettanta mancanza di serietà, la nostra economia è ininterrottamente deteriorata dallo sviluppo di importanti complessi di fabbricazione, e anche silenziosi piani di difesa del paese sono resi ingannevoli perché il popolo non sa tacere e parla di tutto. Ma in guerra questa facilità a parlare può portare anche alla perdita di una battaglia e può cooperare all'insuccesso della lotta. Pure in questo caso si deve essere convinti che non si può fare da vecchi quello che non si è imparato da giovani. Il maestro non deve cercare di conoscere certi sciocchi scherzi giovanili incoraggiando le denuncie. La gioventù forma come uno Stato a sé, si trova in una condizione di solidarietà contro gli adulti, e questo è umano. L'amicizia del bambino di dieci anni col suo coetaneo è più spontanea e profonda che l'amicizia con un adulto. Il bambino che denuncia i suoi compagni, compie un tradimento, che mostra un temperamento, che in parole povere e riportate su scala maggiore, corrisponde con precisione «quella del traditore del suo genere».Un ragazzo come questo non può essere ritenuto: «buono, bravo» ma deve essere considerato di carattere limitato. Per un maestro può essere vantaggioso usare questi difetti per aumentare la sua autorità, ma così si inculca nei giovani il principio di una mentalità che in futuro produrrà effetti rovinosi. Sovente una piccola spia diventò un grande mascalzone. Questo è un solo esempio fra tanti. Nei nostri tempi, nella scuola, è inesistente l'evoluzione conscia di belle e nobili qualità di carattere. A tale evoluzione si dovrà dare in futuro un grande valore. Fedeltà, dedizione, silenzio sono i valori di cui una grande nazione ha bisogno: inculcarli e migliorarli nella scuola è più necessario di molte altre cose che nel presente riempiono i nostri programmi di insegnamento. Ci si deve anche occupare di insegnare a rinunciare a noiosi lamenti, ai pianti di dolore, ecc. Se un'educazione tralascia d'insegnare al fanciullo a subire con dignità i dolori e le ingiustizie, non deve meravigliarsi in seguito, in un momento critico, per esempio quando il bambino diventato grande andrà al fronte, il servizio postale non sarà utile a niente altro che a missive lamentose e piagnucolose. Se nelle nostre scuole si inculcasse nei giovani meno nozioni e maggiore autocontrollo, si sarebbero avuti buoni risultati nel 191518. Così lo Stato nazionale nella sua opera di educazione deve dare massima importanza, insieme all'educazione del corpo a quella del carattere. Molte malattie morali che ha la nostra nazione oggi possono essere annientate o molto attenuate da una educazione di questo tipo. Di massimo valore è l'educazione delle capacità di volere e della determinazione e la cura della gioia della responsabilità. Un tempo era in vigore nell'esercito il detto che un ordine è meglio di nessun ordine, per la gioventù deve avere grande importanza questa massima: è sempre meglio una risposta di nessuna risposta. La reticenza nel rispondere, per il timore di non dire la verità, deve essere più rnortificante d'una risposta sbagliata. Partendo da queste considerazioni di base si devono educare i giovani al coraggio dell'azione. Si è spesso detto con rincrescimento che nel novembre e dicembre 1918 tutte le cariche non abbiano fatto il loro dovere, che dal re fino all'ultimo componente di una divisione nessuno abbia trovato il coraggio di decidere qualcosa con indipendenza. Questo spiacevole fatto è un ammonimento rigoroso della nostra educazione sbagliata, perché in quella immane sciagura si è solo manifestato in scala maggiore quello che in piccolo era presente in ogni luogo. E' il fatto che siamo privi di volontà e di armi che frena qualunque determinazione collegata con un pericolo. Senza intuirlo, un generale tedesco ha saputo trovare la espressione esatta di questa miserevole mancanza di volontà: «io agisco solo quando posso calcolare solo sul cinquantuno per cento le possibilità di un buon esito». In questo «cinquantuno per cento», è basato il dramma del disastro tedesco! Chi richiede al destino l'assicurazione di un buon risultato, rinuncia da sé al valore di un'azione coraggiosa: che si riduce a questo, che, sicuri che una situazione presenti un rischio fatale, si opera nel modo che può dare successo. Un malato di cancro che diversamente èconvinto di morire, non ha bisogno del 51 per cento di probabilità di buon esito per ardire un'operazione. Se questa garantisce la guarigione con solo un mezzo per cento di probabilità, un uomo coraggioso la sperimenterà: diversamente non deve lamentarsi perché muore. Ma in generale, la rovina dell'attuale vile mancanza di volontà e di determinazione è frutto specialmente dell'educazione sbagliata che ci fu data da giovani, i cui risultati iniziali si propagano nell'età matura e nella mancanza di audacia civile negli uomini di Stato si conclude e si compie. Ha la medesima provenienza quel sfuggire alle responsabilità che oggi si manifesta. Pure in questo caso lo sbaglio è da ricercarsi nell'educazione impartita ai giovani, poi invade tutta la vita pubblica e trova il suo eterno completamento negli ordinamenti dei giovani parlamentari. Già nella scuola si attribuisce più valore alla ammissione, «coraggiosa e piena di rammarico» della propria colpa e ai «mortificati pentimenti» del piccolo peccatore, che ad una sincera confessione. Questa, a molti attuali educatori sembra perfino una manifestazione chiara di una incorreggibile bassezza d'animo, e perciò (fatto inconcepibile!) a molti giovani viene predetto il patibolo per qualità che sarebbero d'ineguagliabile pregio se costituissero il bene comune di tutta una nazione. Lo Stato nazionale, come dovrà un giorno curare l’educazione della volontà e la forza di determinazione, così dovrà inculcare ai piccini la gioia della responsabilità e il coraggio della sincera e leale confessione solo se riconoscerà come valida questa necessità, dopo, una lunghissima opera educativa, un corpo nazionale non più sottoposto a quelle debolezze che oggi concorrono, fatalmente, alla nostra fine. *** L'educazione scolastica scientifica che nel presente forma tutta l'opera educativa fatta dallo Stato, può essere accettata soltanto con poche modifiche, dallo Stato nazionale. Le modifiche riguardano tre argomenti. Prima di tut, to, la mente dei giovani, in generale, non deve essere oberata di nozioni che nella proporzione di 93 su 100 sono inutili per loro e che quindi. essi non ricordano. Particolarmente il programma delle scuole popolari e medie presenta un che di eterogeneo: in molti argomenti d'insegnamento la materia è tanto ampliata che lo scolaro ne ritiene soltanto una piccola parte priva di organicità, e che soltanto una frazione di tutta quella quantità può essere utile. D'altra parte questa frazione non è sufficiente a chi esercita una data professione e si guadagna il suo pane. Si prenda per esempio un comune funzionario statale che ha fatto il ginnasio o la scuola tecnica superiore, lo si prende quando ha 35 o 40 anni e si esamini il sapere che un tempo, faticosamente, apprese a scuola. Quanto poco rimane della materia allora imposta! Certamente ci risponderanno: «Se un tempo si apprendevano molte materie, ciò non aveva solo il fine di possedere in futuro molte nozioni, ma anche quello di esercitare la memoria, e specialmente la capacità di pensare di un cervello». Questo in parte è giusi o. Ma c'è un rischio nel fatto che la mente del giovane sia oberata da cognizioni che raramente riesce a dominare e di cui non sa capire, né riconoscere, l'esatto valore, i singoli elementi: in genere succede che sia messo in seconda linea e tralasciato non il secondario, ma l'essenziale. In questo modo va già perduto il fine ultimo di questa grandiosa istruzione: poiché esso non può ridursi a rendere la mente capace di apprendere, ammassandovi un ingente numero di materie d'insegnamento, ma deve consistere nel (fare alla vita futura quel tesoro di conoscenza che serve all'uomo e che attraverso l'uomo giova alla comunità. Ma questa rimane una speranza vana se l'uomo, per effetto della soverchia materia inculcatagli da giovane, in seguito non ricorda più questa materia e ne ha dimenticato l'essenziale. Milioni di uomini nel corso degli anni devono apprendere due o tre lingue straniere di cui in seguito si serviranno solo in piccolissima parte, i più anzi le scorderà completamente, perché di centomila scolari che per esempio imparano il francese, duemila al più, potranno utilizzare proficuamente questa conoscenza, mentre i rimanenti novantottomila non avranno mai la circostanza per servirsene. Così hanno impiegato da giovani milioni di ore per una cosa che in seguito per essi non avrà né importanza né valore. Anche la contestazione che questa materia fa parte della cultura generale

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