mercoledì 5 ottobre 2011
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non è esatta, perché sarebbe giusta solo se gli individui utilizzassero per tutta la vita quello che hanno appreso. In pratica, per favorire duenúla persone a cui è utile la conoscenza di quella lingua, novantottomila devono essere obbligate a sprecare tempo prezioso. E in questo caso si parla di una lingua che non si può affermare che eserciti al ragionamento e all'acutezza il cervello, come accade per esempio con il latino. Perciò sarebbe giustissimo insegnare il francese agli studenti solo nelle sue linee generali, o meglio nel suo svolgimento interno, introdurli nelle basi della grammatica francese e spiegare con esempi la pronuncia, la forma di una frase, ecc. Ciò sarebbe sufficiente per l'uso generale e poiché più semplice da esaminare e da mettere in evidenza, avrebbe più utilità, che imprimere nelle menti, come si fa oggi, tutta la lingua, che non sarà conosciuta alla perfezione e in seguito dimenticata. E cosi si eviterebbe pure il rischio che della troppa quantità delle materie la mente non ritenesse altro che frammenti inorganici, perché il giovane avrebbe appreso solo ciò che è più importante, e sarebbe già anticipata la scissione fra ciò che ha pregio e ciò che non ne ha. Le basi generali così insegnate dovrebbero essere sufficienti ai più, anche per il futuro, mentre a quelli che in seguito hanno veramente bisogno di questa lingua permetterebbero di perfezionarsi in essa ed occuparsi liberamente ad approfondirla. E in questo modo si otterrebbe nel programma d'insegnamento il tempo per l'educazione fisica, e alle necessità già da noi trattate in altri campi dell'educazione. Specialmente nell'insegnamento della storia è indispensabile modificare i metodi usati finora. Nessun popolo dovrebbe più del popolo tedesco apprendere la storia: ma esso ne fa un cattivo uso. Se la politica è storia che si trasforma, la nostra educazione storica èdiretta dalle caratteristiche dell'opera politica. Anche in questo caso è inutile lamentarsi dei compassionevoli frutti prodotti dalla nostra politica, se non si è decisi a disporre per una migliore educazione politica. In 99 casi su 100, il nostro attuale insegnamento della storia ha risultati pietosi. Poche date, anni di nascita e nomi generalmente rimangono impressi nella mente, mentre manca una linea di indirizzo grande e comprensibile. Tutto quello che è realmente importante, generalmente viene tralasciato; rimane alle inclinazioni di più o meno talento dei singoli il trame dalla grande quantità di date e dalla successione degli eventi le ragioni profonde di questi. Si può gridare quanto si vuole contro questa dolorosa affermazione: ma si leggano attentamente i discorsi fatti, in una sola sessione, dai nostri signori parlamentari sulla politica, ad esempio, sui problemi di politica estera; si pensi che questi formano (così si afferma) la parte migliore della nazione tedesca e che in ogni caso molti di essi frequentarono le nostre scuole medie e parecchi le nostre università, e ci si accorgerà della mediocrità della formazione intellettuale di questi uomini. Se essi non avessero studiato la storia, ma avessero una tendenza naturale sana, le cose andrebbero meglio e la nazione ne trarrebbe grande giovamento. Proprio nell'insegnamento della storia occorre restringere gli argo menti. Il pregio fondamentale sta nel riconoscere le grandi linee dell 'evoluzione storica. Quanto più l'insegnamento rimane entro questi limiti tanto più si può sperare che l'individuo, dopo, tragga profitto dalle sue cognizioni, e tutti q uesti vantaggi siano utili alla nazione. Questo il fine, e lo studio della storia è soltanto un mezio per attuarlo. Perché non si impara la storia solo per conoscere gli avvenimenti ma per trarne insegnamento per il futuro e per Li conservazione del proprio popolo. Ma oggi pure in questo caso il mezzo è diventato il fii e, e il fine è andato perduto. Non si affermi che uno studio approfondito dalla storia richieda appunto che si ricordino queste date necessarie per determinare la grande linea; perché il determinare è mansione dei professori della storia. Ma l'individuo comune, normale, non è un professore di storia. Per lui la storia c'è, solo per dargli quelle conoscenze storiche indispensabili ad assumere una posizione propria nei fatti politici del suo paese. Chi desidera diventare professore di storia, può in seguito applicarsi totalmente a questo studio; allora potrà curare anche i particolari più insignificanti. A ciò però non può essere sufficiente il nostro attuale insegnamento della storia, che è troppo esteso per l'uomo comune e troppo ridotto per l'erudito di professione. Del resto, lo Stato nazionale deve disporre che sia scritta una storia del mondo in cui la questione razziale abbia una posizione predominante. Sintetizzando: lo Stato nazionale dovrà rendere meno cospicuo ma comprendente tutto l'essenziale, tutto lo studio della scienza. E dovrà, oltre a questo, dare la possibilità di un perfezionamento particolare. Basta che l'uomo riceva una cultura generale vaga, e sia istruito profondamente e in modo particolareggiato e specializzato solo in quell'argomento che potrà utilizzare per il lavoro che svolgerà. Quindi una cultura generale dovrebbe essere imposta, la scelta della specializzazione dovrebbe essere lasciata alla libertà dell'individuo. Si avrebbe cosi una riduzione del programma scolastico e delle ore di studio per giovare al miglioramento del fisico, del temperamento, della forza di volontà e di determinazione. Quanto vana sia l'odierna educazione scolastica, soprattutto nelle scuole medie, quanto poco utile sia per esercitare una professione, è reso chiaro dal fatto che oggi possono coprire lo stesso ufficio individui che hanno frequentato tre scuole diverse fra loro. Importante è solo la cultura generica, non l'istruzione particolareggiata. Ma nel caso in cui, come si è già spiegato, è indispensabile una conoscenza specifica, questa non può essere acquisita nei, programmi scolastici delle scuole medie odierne. Lo Stato nazionale deve far sparire una volta o l'altra tali inefficaci provvedimenti.
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