martedì 25 ottobre 2011
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«Ci vediamo quasi ogni anno o in California o in Messico. Abbiamo un sacco di storie da raccontarci.» Quando si è fatto l’ultimo acido? «Tre anni fa, in Messico, notte di luna piena, alta montagna. Sensazione di estasi. Di fratellanza. Di essere una parte del mondo. Molto piccola, però unica.»
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«Leggo sul New York Times che molti ragazzi lo stanno riscoprendo.» Nei Settanta si dicevano molte cose contraddittorie sui danni prodotti dall’LSD. «Era cattiva informazione. Con assoluta certezza l’acido non produce dipendenza, non distrugge cellule, non ha controindicazioni mediche. L’unico problema è essere pronti a superare la prima volta. Lo shock della rivelazione. Ci sono stati casi di ragazzi che non sono più riusciti a tornare indietro con la testa. » La Sandoz interruppe la produzione e la distribuzione dell’acido lisergico nel 1966. Pochi anni dopo fu proibito in tutto il mondo. Cosa successe negli anni delle prove in laboratorio? «Alla fine dei Quaranta iniziarono le sperimentazioni dell’LSD. Veniva usato soprattutto in psicoanalisi, ma anche nelle terapie contro il dolore e di sostegno ai malati terminali. Gli esperimenti li facevamo noi alla Sandoz, ma anche in Inghilterra, in Olanda, negli Stati Uniti. Nei Cinquanta iniziarono anche gli esperimenti militari, dai quali io mi tenni alla larga.» 10 È vero che la CIA si interessò all’LSD? «Da me vennero uomini del Pentagono, non della CIA. Stavano sperimentando anche loro gli effetti del- l’LSD e volevano sapere se era possibile produrne in grandi quantità.» Per farne cosa? «Armi chimiche. Studiavano la possibilità di neutralizzare il nemico con l’acido lisergico.» E gli esperimenti fallirono? «Non riuscirono a risolvere il problema della quantità. Per produrre LSD bisogna sempre partire dall’alcaloide della segale cornuta. Non lo si può fare interamente in laboratorio, a meno di alzare a dismisura i costi di produzione. Per questo, credo, fu abbandonato il progetto.» Non lo sa con certezza? «Ho cercato di occuparmene il meno possibile.» Perché fu proibito l’uso dell’LSD? «Perché secondo l’opinione corrente l’acido è una droga del tutto incompatibile con la vita, con la produzione, con gli orari, con i comportamenti standard.» Per esempio? «È molto difficile pensare che un tale, dopo aver preso l’acido, abbia voglia di andare al lavoro. Questa almeno è l’opinione corrente.» E secondo lei? «In parte la condivido. Resta il fatto che io ci convivo da mezzo secolo.» Come mai, secondo lei, le organizzazioni criminali non si sono mai occupate dell’acido? 11 «Immagino perché non dà dipendenza, dunque non stabilizza il mercato. Non ci si può fare molti acidi in tempi ravvicinati… » Perché? «Perché semplicemente smette di fare effetto, è molto semplice. In tanti anni di sperimentazioni ho stabilito che deve passare almeno l’intervallo di una settimana tra un acido e l’altro.» Lei è favorevole alla legalizzazione delle droghe? «Mi sembra l’unica via d’uscita possibile. È ovvio che il proibizionismo ha funzionato come forma diabolica di liberalizzazione. In qualunque città del mondo si può trovare eroina, cocaina, crack. Legalizzare le droghe pesanti consentirebbe, al contrario, un forte controllo sulle sostanze. Taglierebbe il mercato gestito dalle grandi associazioni criminali che il proibizionismo ha reso imbattibili.» Perché c’è così ostilità verso la legalizzazione? «Lei parla dei governi?» Sì, dei governi. «Si stupisce? Credo che esistano delle pressioni fortissime. Sarebbe ingenuo pensare che la mafia non utilizzi il suo enorme potere, per garantire la sopravvivenza del proprio principale mercato.» Cosa le ha insegnato l’uso dell’acido lisergico? Hofmann tira fuori uno dei suoi sorrisi speciali. Alle sue spalle ci sono, in vetro, le strutture molecolari del- l’hashish, della psilocibina e dell’LSD. Le indica: 12 «Mi hanno permesso di vedere. Mi hanno permesso di capire che fuori di noi c’è una serie infinita di mondi e che più allarghi il tuo sguardo, più vedi, anche se il vedere non è spiegabile. Mi hanno permesso di capire che la forza che muove tutto è la stessa da cui io provengo e con la quale ogni tanto entro in contatto». Cosa vuol dire “vedere”? «Le farò un esempio. Sa come funziona la ricezione della televisione? Più è potente la sua antenna, più immagini arrivano al suo apparecchio, giusto?» Giusto. «Bene. Noi in situazioni normali vediamo parecchie cose del mondo esterno, che è fatto di materia e di energia. Vediamo molto, ma non vediamo tutto. Non voglio dire che con le sostanze come l’LSD si arriva a vedere la verità. No. Dico però che gli occhi, d’improvviso, vedono anche altro. Dico che il nostro cervello registra nuove sensazioni, scopre nuovi legami tra le cose.» E dunque? «Dunque ci si accorge che il mondo che ci circonda è più ampio, più misterioso, infinitamente più complesso di quello che ci sembra normalmente. L’universo è infinito, ma è l’uomo con il suo sguardo che lo restringe o lo allarga. La differenza tra gli uomini è qui: ci sono approcci – idee, comportamenti – che restringono il campo visuale, altri che lo allargano.» Lei è religioso? «Bisogna intendersi sul significato della parola religione. Come chimico le dirò che più si va a fondo, più 13 si indaga nel piccolo e piccolissimo, più si ha la necessità di ammettere un principio spirituale. Che cosa tiene insieme gli atomi? Che cosa li organizza? Se ammettere questo principio è religione, allora sì, sono religioso.» Per quasi mezzo secolo lei si è occupato di LSD. Studi, esperimenti, conferenze, libri… «Ne è valsa la pena.» È soddisfatto? «Sì, tra le molte cose, mi ha permesso di conoscere persone straordinarie come Ernst Jünger, Aldous Huxley, Timothy Leary. O come Allen Ginsberg.» Sono insieme in una foto in bianco e nero sopra la sua scrivania. Ginsberg stropicciato dal vento, Hofmann invece perfetto, che guarda in macchina. La data dice: Santa Cruz, 1974.
Chi è, cosa pensa, come vive il padre dell’acido lisergico. Da quei milligrammi di chimica è nata la rivoluzione psichedelica. Albert Hofmann oggi ha 86 anni, vive in una casa isolata vicino a Basilea; scrive, viaggia, nuota. Non ha mai smesso di riflettere sulla droga e sulle droghe. In questa intervista – la prima concessa a un giornalista italiano – spiega il suo punto di vista, racconta la sua storia, i suoi ricordi, a partire da quel fatidico pomeriggio del 1943. Albert Hofmann, nato nel 1906 a Baden, si laureò in chimica nel 1929 presso l’Università di Zurigo. Nello stesso anno entrò a far parte dei laboratori di ricerca chimica della Sandoz fino a divenire negli ultimi decenni il direttore della ricerca presso il Dipartimento dei prodotti naturali. Nel 1971 ha cessato la sua attività lavorativa. Pino Corrias (1955), giornalista de La Stampa, collaboratore di Linea d’Ombra. L’intervista (in forma ridotta) è stata pubblicata su Tuttolibri del 25 gennaio 1992, supplemento letterario de La Stampa che ringraziamo per la gentile concessione. Finito di stampare il 10/2/92 presso il CSF via del Gesù 62 Roma Copertina di Matteo Guarnaccia Questa intervista con Albert Hofmann è nata in un pomeriggio del gennaio 1992 nella sua villa a Rittimatte, frazione di Burg, una cinquantina di chilometri da Basilea. Quattro ore di chiacchiere, molte tazze di caffè, una passeggiata tra gli alberi a fine giornata, quando la nebbia ha già cancellato il verde dell’Alsazia. Hofmann vive circondato dal silenzio, è cordiale, ma non si lascia andare subito, ci mette unpo’ a imboccare la discesa. È un chimico, sa che le cose vanno fatte poco alla volta. I suoi ricordi sono precisi. Quando parla di esperienze con le sostanze allucinogene, torna a immedesimarsi, come se ogni particolare, ogni sensazione, lo abbia scavato una volta per sempre. Sugli altri ricordi divaga. A volte si lascia conquistare dal silenzio. Gioca con la gatta. Allora chi gli sta di fronte ha il tempo di pensare a quello che è successo anche in Italia, molto indietro nel tempo, a certi concerti, certe feste nei parchi, nel bel mezzo di certi incontri. Di ricordare come quell’onda 3 procedeva, piena di chiacchiere, musica, scoperte, nomi di ragazze, nomi di amici, facce, storie, appartamenti, libri, strade. Di come è stata sfiorata quella generazione che si è messa in viaggio pensando di essere la prima. Di quello che è rimasto. Di quanto tempo è passato. La gatta salta, Hofmann tossisce. Riprende a parlare. Il suo inglese è indurito dal tedesco e camuffato dall’accento svizzero. Capisce appena l’italiano. Pronunciarne qualche parola lo rende visibilmente felice, ma l’effetto è del tutto incomprensibile. Ci sono un mucchio di domande da fare. Ci sono un mucchio di risposte da annotare. Questa intervista sarebbe stata impossibile senza l’ottimo tedesco (e curiosità e pazienza) di Marco Zapparoli, che ringrazio. Pino Corrias
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L’INTERVISTA Burg (Basilea). Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione. Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta. Il sole entra nella stanza bianca del suo laboratorio di ricerche farmacologiche, secondo piano della Sandoz, Basilea. Sono le due del pomeriggio di un giorno speciale, il 19 aprile 1943: il chimico Albert Hofmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di LSD della Storia. Aspetta, e ancora non sa di avere appena socchiuso quella che Aldous Huxley, un decennio più tardi, avrebbe chiamato «la porta della percezione». Ancora non sa che quella soluzione incolore – dietilamide del- l’acido lisergico ottenuta per caso, provata per curiosità – vent’anni dopo avrebbe fatto il giro dei mondi possibili, conquistato ragazzi californiani, musicisti anglosassoni, scrittori europei, sognatori viaggianti. Avrebbe creato ostinati cercatori di sé e grandi parole come Rivoluzione Psichedelica. Avrebbe generato lampeggianti terrori, rivelazioni solitarie, decadenze floreali, paranoie, infelicità, amori, illuminazioni, nuovi sguardi sul mondo, nuovi mondi. «No, non sapevo niente di tutto questo. Non potevo immaginare. Ero solo un giovane chimico seduto sulla propria sedia, nel proprio laboratorio, dentro al confortevole mondo delle formule, in attesa di qualcosa.» 5 Oggi Albert Hofmann ha i capelli bianchi, voce rauca, accento spigoloso da svizzero tedesco, sorrisi improvvisi. Ha appena compiuto 86 anni, ha provato ogni tipo di allucinogeno chimico, ha fumato l’oppio, ha masticato le piante magiche degli indiani d’America, i funghi sacri di Messico e Centroamerica. Da vent’anni è in pensione. Ha quattro figli, nove nipoti, una moglie. Cerca ancora una sintesi di quello che ha vissuto. E cercando, scrive, pensa, nuota, guida velocissimo, viaggia. Hofmann abita (per dir così) in bilico su tre confini della vecchia Europa, in una villa solitaria tra le colline sopra Burg, cinquanta chilometri da Basilea, Svizzera, duecento metri dal confine con la Francia, quindici chilometri da quello con la Germania. Dalle sue finestre vede l’Alsazia e i Vosgi. Ma i suoi occhi azzurri guardano molto più in là, sono affacciati su quel pomeriggio del ’43. «Bevo e aspetto. Guardo fuori. Sale piano qualcosa di strano, un soffio, una vibrazione. Di colpo mi cambia il quadro ottico. Vedo per la prima volta: gli oggetti hanno colori abbaglianti. Sento per la prima volta: è come se ogni più piccolo rumore avesse trovato la strada segreta per arrivare fino a me, con precisione. È a quel punto che succede.» Hofmann chiude gli occhi, rallenta il racconto, sceglie le parole. «Improvvisamente ho paura. Sento che mi sto staccando. Si è creata una distanza tra me e il mio corpo. La paura diventa terrore. Mi alzo, ho una sola idea: 6 voglio andare a casa. Salgo sulla bicicletta e tutto quello che vedo intorno è diverso. Ho la precisa sensazione di essere immobile. Sto pedalando sempre più veloce, lo spazio intorno a me si allarga, mi inghiotte. Non ho vie di scampo, non riesco a muovermi. I rumori intorno diventano colori, lampi di blu, strisce di rosso. Non so come, mi ritrovo a casa, da solo. Sono seduto sulla poltrona, gli oggetti sono animati, si muovono, il mondo è completamente diverso eppure io penso: è così che deve essere. Penso: sono pazzo, voglio tornare indietro. Panico, panico. Lontano da me, molto lontano, nel mondo delle cose, vedo comparire il mio assistente, poi mia moglie. Sento parole, c’è un medico. Sono nel mio letto. Sento che dentro di me si sta fermando il cuore, si sta fermando il tempo. Sto morendo e nessuno se ne accorge. Il cuore è fermo. Dico al medico che ha la faccia sfigurata: “Sto morendo”. Ma lui mi sta misurando la pressione, mi ascolta ilbattito, dice: “È tutto perfetto, non si preoccupi”. D’improvviso la paura rallenta. Sono nel mio letto, non mi può succedere niente di terribile. Ecco, piano piano, cado nel torpore. I pensieri rallentano, smetto di reagire. Il tempo ricomincia a fluire, è notte fonda, ho sonno. Dormo benissimo e alla mattina, quando mi sveglio, provo una sensazione bellissima. Intorno a me è tutto nuovo, tutto fresco, tutto piacevole. Mi guardo intorno e ho la netta sensazione di essere in un mondo nuovo.» 7 Gli occhi azzurri di Hofmann tornano a concentrarsi sul presente. Fa impressione ascoltare il racconto di un trip – di un viaggio lisergico – da un piccolo vecchio in giacca, cravatta e ottime maniere che ora si alza, dice «Venga», attraversa il grande salone della villa, supera il pianoforte a coda, le vetrine con statuette azteche, la porta a vetri da cui si intravede l’azzurro della piscina coperta, il verde delle piante, e approda nel suo studio, due pareti di vetri, il resto libri. Si siede, dice: «Nel mondo sono usciti duemila libri scientifici che riguardano l’LSD. Qui ci sono tutti». Giusto, tutti figli suoi, quegli studi. Come pure metà del pop che si è suonato nel mondo per una dozzina d’anni è figlio della sua sostanza e una parte dei chilometri viaggiati da Jack Kerouac e Neal Cassady e l’inchiostro di Allen Ginsberg e i giochi di Ken Kesey e i racconti elettrici di Tom Wolfe e le incazzature di Abbie Hoffman e Jerry Rubin e i raid teatrali del Living di Julian Beck e le riflessioni antipsichiatriche di RonaldLaing e David Cooper. È per quei suoi milligrammi di chimica che 10 milioni di ragazzi (solo negli USA, in due decenni) hanno provato ad “aprire le proprie coscienze” e a viaggiare dentro sé stessi. A cosa stava lavorando quando scoprì l’acido? «Stavo cercando di sintetizzare uno stimolatore della circolazione sanguigna. Ci avevo provato nel 1938 e non ero arrivato a niente di buono. Ho ripreso nel ’43 e come capita spesso in laboratorio, ho trovato quello che non mi aspettavo.» 8 Ha ricostruito il momento in cui, diciamo così, si è realizzato lo scambio? «Non lo so, non lo so. Ricordo solo che qualche giorno prima di ingerirla, mi erano cadute un paio di gocce della soluzione sulla mano. Qui, vede? Sotto al pollice. Ricordo che ho avuto come un giramento di testa, una nebbiolina davanti agli occhi, un impercettibile mutamento dei colori. Due giorni dopo ho ripensato a quello che mi era successo e ho deciso di provare. » Che effetto le fa la storia della sua sostanza? «Uno strano effetto perché se ne è abusato con troppa leggerezza. Gli allucinogeni sono sostanze da prendere molto sul serio. Agiscono nel profondo, non le si può usare per animare la superficie liscia di un gioco. In America e in Europa, l’LSD è stato usato spesso nel modo sbagliato.» Dopo il suo primo trip, Hofmann ha continuato con regolarità gli esperimenti. «Mai da solo, sempre con persone amiche, sempre in posti confortevoli, sempre con almeno un mazzo di fiori vicino. L’ambiente è molto importante perché ogni più piccola sensazione, disagio o benessere, viene immediatamente amplificata. Ho sempre preferito i luoghi aperti a quelli chiusi, un prato, un bosco. Quando non era possibile, allora il posto migliore rimane il salotto di casa. Sempre con buona musica.» Lui ascolta Mozart. Se gli si chiede dei Pink Floyd, dei Jefferson Airplaine, dei cento musicisti West Coast, lui alza le spalle e si capisce che non gli interessa 9 no molto. Una volta ha conosciuto i Grateful Dead, gruppo lanciato durante gli Acid Test organizzati da Ken Kesey a San Francisco. Sono arrivati da lui, sballatoni e allegri, per dirgli: «Thank you, thank you!». Nient’altro. E lei? «Beh li ho salutati.» È vero che dopo anni di oblio l’acido sta ritornando in auge?
sabato 15 ottobre 2011
mercoledì 5 ottobre 2011
DeutschIand über alles
lo comprendo che giungerà il giorno in cui anche coloro i quali un tempo ci avevano giudicati avversari, mediteranno con orgoglio su quelle persone che per la Germania sfilarono incontro alla morte. I 18 eroi morti il 9 novembre 1923 a Monaco per la vittoria dell'ideale nazionale, io li pongo di fronte ai nostri affiliati e seguaci, come gloriosi che, conoscendo la loro sorte, si sacrificarono per il bene comune. Essi devono spronare i codardi e i timorosi al compimento del proprio dovere, di un dovere che essi compirono fino in fondo. Fra tutti, sono orgoglioso di ricordare la persona che sacrificò la propria esistenza per scuotere la propria e la nostra gente; l'immolò con lo scritto e con la mente ed infine con il suo contributo: Dietrich Eckart! Il 9 novembre 1923, dopo 4 anni di vita, il partito nazional-socialista degli operai tedeschi fu smembrato e negato in tutta la Germania. Attualmente, nel novembre 1926, è nuovamente sorto e riconosciuto in tutta la Germania, più potente e più solido che prima. Tutti i delitti del movimento ed i suoi dirigenti, tutti gli atti vandalici e le maldicenze non poterono sotterrarlo. La verità dei suoi ideali, la limpidezza della sua fermezza, il coraggio dei suoi affiliati lo fecero uscire con più grande slancio al di là di tutto ciò. Se questo, nell'ambiente della nostra attuale malfattrice parlamentare, capirà sempre più nell'interna regione della sua battaglia e comprenderà di essere il simbolo dei fini razziali e umani, acquisterà un domani, grazie ad una tesi quasi certa, il trionfo. Così la Germania si inserirà nel posto che le compete al mondo, se sarà guidata e preparata seguendo quegli ideali. Ciò è quello che i nostri affiliati non devono scordare, se l'ampiezza del sacrificio li portasse a non sperare più nella Vittoria. Una nazione che, nell'era della soppressione delle razze, pensa ai migliori elementi della propria stirpe, deve essere un domani la padrona del mondo. Ho eseguito il lavoro di acquisizione delle pagine, con l’intento di permettere la diffusione dell’ autobiografia di Adolf Hitler tramite i canali informatici, non per danneggiare le case editrici che ancora lo pubblicano, bensì per invogliare tutti i lettori all’ acquisto del medesimo. Personalmente, ho riscontrato una certa difficoltà nel trovare Mein Kampf nelle librerie, a causa della censura bolscevica di cui è oggetto, quindi ho deciso di svolgere questo lavoro per agevolare tutti i camerati che tanto desiderano questa lettura. Rispetto alla copia che ho io, ho corretto manualmente molti errori di stampa, senza però alterare nessuna frase né rimuovere nulla del testo originario, tuttavia potrei averne introdotti altri involontariamente, a causa del software che ho utilizzato. Se ciò fosse accaduto me ne scuso e spero di trovare e correggere gli errori. Ovviamente nessuno è dispensato dall’ acquisto dell’ opera, che dovrebbe essere presente nella libreria di ciascun camerata. DeutschIand über alles
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lo comprendo che giungerà il giorno in cui anche coloro i quali un tempo ci avevano giudicati avversari, mediteranno con orgoglio su quelle persone che per la Germania sfilarono incontro alla morte. I 18 eroi morti il 9 novembre 1923 a Monaco per la vittoria dell'ideale nazionale, io li pongo di fronte ai nostri affiliati e seguaci, come gloriosi che, conoscendo la loro sorte, si sacrificarono per il bene comune. Essi devono spronare i codardi e i timorosi al compimento del proprio dovere, di un dovere che essi compirono fino in fondo. Fra tutti, sono orgoglioso di ricordare la persona che sacrificò la propria esistenza per scuotere la propria e la nostra gente; l'immolò con lo scritto e con la mente ed infine con il suo contributo: Dietrich Eckart! Il 9 novembre 1923, dopo 4 anni di vita, il partito nazional-socialista degli operai tedeschi fu smembrato e negato in tutta la Germania. Attualmente, nel novembre 1926, è nuovamente sorto e riconosciuto in tutta la Germania, più potente e più solido che prima. Tutti i delitti del movimento ed i suoi dirigenti, tutti gli atti vandalici e le maldicenze non poterono sotterrarlo. La verità dei suoi ideali, la limpidezza della sua fermezza, il coraggio dei suoi affiliati lo fecero uscire con più grande slancio al di là di tutto ciò. Se questo, nell'ambiente della nostra attuale malfattrice parlamentare, capirà sempre più nell'interna regione della sua battaglia e comprenderà di essere il simbolo dei fini razziali e umani, acquisterà un domani, grazie ad una tesi quasi certa, il trionfo. Così la Germania si inserirà nel posto che le compete al mondo, se sarà guidata e preparata seguendo quegli ideali. Ciò è quello che i nostri affiliati non devono scordare, se l'ampiezza del sacrificio li portasse a non sperare più nella Vittoria. Una nazione che, nell'era della soppressione delle razze, pensa ai migliori elementi della propria stirpe, deve essere un domani la padrona del mondo.
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Non era uno statista o un politico di mestiere e ancor meno di nascita: ma era il simbolo di una categoria di nuovi politici ai quali si chiede aiuto soltanto per sbrogliare certi lavori: tutto al più era serrato in economia. Ciò risultò una tragedia per la Germania, poiché questo negoziante, allorché si occupò di politica guardò alla politica come una azione economica e agì di conseguenza. La Francia invase la Ruhr: che cosa esiste nella Ruhr? Il carbone. Perciò la Francia si impadronì della Ruhr per il carbone. Perciò la cosa più logica da farsi per il signor Cuno fu quella di indire lo sciopero: in questo modo la Francia non avrebbe avuto il carbone e quindi, seguendo l'idea del signor Cuno, prima o poi abbandoneranno la Ruhr, a causa del fallito guadagno dell'impresa. Grosso modo così pensò quell'eccellente statista nazionale, che a Stoccarda ed in altri paesi dialogò alla sua gente e da questa fu lodato. Ma per realizzare lo sciopero erano obbligatori i comunisti, poiché le prime persone ad astenersi dal lavoro risultavano gli operai. Si dovette quindi spingere gli operai, che nella mente di un così grande statista, sono uguali ai comunisti, a schierarsi con tutti gli altri tedeschi. In che maniera raggiavano i volti di quei putrefatti uomini politici borghesi, quando si diede quell'ordine! Nazionali ed astuti contemporaneamente: erano riusciti in fondo ad avverare il loro desiderio. Era sorto il passaggio che portava al comunismo, ed il malvivente nazionale poteva ora allungare, con volto tedesco e parole nazionali, la mano pulita al nemico internazionale della Nazione. Poiché, nella stessa maniera in cui Cuno per la sua linea unitaria cercava l'aiuto dei dirigenti comunisti, i dirigenti comunisti cercavano un aiuto nelle finanze di Cuno. Cuno ebbe la sua linea unitaria composta di parlatori nazionali e di malviventi antinazionali, mentre i truffatori internazionali furono in grado di giungere, pagati dalla nazione, al loro più grande ideale, quello di gravare sull'economia nazionale. Si rivelò un pensiero immortale di quello di aiutare, con uno sciopero generale retribuito, uno Stato: con un'azione alla quale può partecipare pure il più afono dei pigri. In questo modo ambedue ottennero un guadagno. Tutti comprendono che non si è in grado di aiutare un'azione con le orazioni. E non si è in grado di aiutarlo neanche ponendolo in riposo. Perciò se il signor Cuno invece di invitare la popolazione ad uno sciopero generale rimborsato, e di fare lo sciopero alle fondamenta della linea unitaria, avesse voluto da ogni cittadino tedesco due sole ore di straordinario la banda della linea unitaria avrebbe avuto fine al terzo giorno. Non si aiutano gli Stati con il riposo, ma con abnegazione. La soprannominata resistenza passiva non sarebbe stata in grado di vivere più tempo. In quanto soltanto chi non ne capisce niente di guerra poteva credere di intimorire con le azioni tanto sciocche un esercito di invasione. Ma, soltanto ciò può spiegare il motivo di un'azione che faceva perdere miliardi ed aiutò a deturpare pericolosamente la finanza nazionale. I francesi furono in grado con molta calma ad occupare la Ruhr nell'istante in cui notarono che l'opposizione utilizzava certi espedienti. Noi stessi donammo a questi i più sicuri rimedi per portare alla ragione il testardo popolo il cui modo di agire costituisce una grave perplessità per le autorità poste dagli invasori. Nove anni fa ci eravamo sbarazzati rapidamente dei franchi tiratori belgi ed avevamo spiegato alla popolazione il pericolo del momento, quando l'azione di quei tiratori costituì un grande pericolo per gli eserciti tedeschi. Se la resistenza passiva della Ruhr avesse assunto un aspetto grave per i francesi l'esercito di invasione avrebbe impiegato otto giorni per finire quello sciocco passatempo. Come avremmo agito se la resistenza passiva fosse stata pericolosa per i francesi e se essi l'avessero combattuta con tragica irruenza? Sarebbe continuata la resistenza? Se sì., dovevamo prepararci alle più crudeli rappresaglie: e questo avrebbe portato alla medesima situazione di una resistenza attiva alla battaglia Perciò una resistenza passiva sarebbe stata logica se ci fosse stata la fermezza di continuarla, in caso di bisogno, o con una guerra aperta o con la guerriglia. Naturalmente si prende in considerazione questa guerra quando esiste una strada per la vittoria. Quando una fortezza circondata viene attaccata dagli avversari, vede crollare l'ultima speranza di aiuto, praticamente si arrende, specialmente se all'assediato invece della certa morte viene salvata la vita. Se si leva ai soldati di un castello assediato la speranza di un aiuto, tutta la potenza difensiva viene annullata. Perciò, la resistenza passiva nella Ruhr, avendo presenti gli ultimi risultati che poteva e doveva ottenere per uscirne realmente trionfatrice, era significativa soltanto se alle sue spalle fosse sorta una linea attiva. Solo in quel momento, si sarebbero potute chiedere al popolo tedesco infinite azioni. Se tutti i cittadini della Westfalia avessero conosciuto che la Germania schierava una forza di 80 o 100 divisioni, i francesi sarebbero stati meno sicuri. Vi sono molte più persone pronte a sacrificarsi per il trionfo, che per un motivo non avente un fine. Fu una azione classica quella che spinse i nazional-socialisti a schierarsi, con fermezza, contro una parola d'ordine eccezionale. E realizzarono anche ciò. In quel periodo io fui attaccato da persone il cui ideale nazionale si basa su un agglomerato di stupidità e di presunzione, che urlavano in quanto si sentivano più forti, inspiegabilmente, farsi vedere nazionali senza timore. Per me, quella schifosa linea unitaria consisteva in una delle più sciocche società che si sia in grado di pensare, ed i fatti convalidarono la mia tesi. Allorché i sindacati ebbero incamerati i denari, e la resistenza passiva dovette pensare se era utile cambiare un'inutile difesa in un attivo attacco, i comunisti emersero dal popolo e ripresero le normali sembianze. Anche tra di noi ci furono molti fiduciosi dell'esercito tedesco. Questa fiducia era così forte che modellò la condotta e l'educazione militare di molti giovani. Ma quando giunse il disastro e dopo l'invasione di miliardi di marchi e di giovani leve tedesche, che risultarono tanto sciocche per credere alle promesse dei responsabili del Reich, si giunse alla triste capitolazione, subentrò irruento il rancore generale contro il tradimento fatto alla nostra popolazione così disagiata. Si radicò chiaramente in quel momento, in milioni di persone, la convinzione che la Germania poteva soltanto essere salvata dalla distruzione totale, dall'esistente organizzazione. I periodi non furono mai così maturi, non diedero mai così decisamente un simile risultato, come quando cadendo la maschera da un lato, apparì lo spregevole tradimento della patria e dall'altro lato una popolazione fu data in mano alla lenta agonia per fame. In quanto lo stesso Stato non rispettava le leggi dell'attaccamento alla patria e la giustizia, non considerava i diritti degli uomini, faceva diventare inutili i sacrifici di milioni di tedeschi e a milioni di altri toglieva tutti i risparmi; l'unica cosa che esso poteva attendersi dai suoi cittadini era l'odio. Quest'odio contro coloro i quali avevano distrutto la patria e la popolazione doveva sfociare in una maniera o in un'altra. Citerò, per questo, il risultato del discorso che tenni all'importante processo della primavera del 1924: «Le persone che in questo Stato ci devono guidare sono in grado tranquillamente di colpirci per le nostre azioni passate. La storia, giudice di rara verità e di maggiore diritto, un domani dichiarerà ridendo il vostro parere per toglierci noi tutti da ogni accusa e nefandezza». «Ma la storia indicherà ai suoi giudici quelli che attualmente, aventi il comando, schiacciano la legge e il diritto, che portarono alla disgrazia ed alla distruzione il proprio paese e che, nella miseria della patria, pensarono di più a loro stessi che all'esistenza del loro popolo». Non citerò ora i fatti che portarono all'8 novembre e lo finirono. Non lo dirò perché non ci vedo nessuno scopo redditizio, per il futuro, da quei fatti, e perché non è giusto ricordare avvenimenti che ancora pesano. Poi, è poco intelligente accusare delle persone che, forse, intimamente volevano il miglioramento del proprio popolo, ma non percorsero la strada giusta. Davanti al cordoglio della nostra comune Nazione, non avrei voglia di colpire ancora queste persone: poiché non è mia intenzione scindere fra loro uomini che forse domani comporranno la vera barriera tedesca contro il fronte degli avversari della Germania.
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Un malaticcio non può combattere con un gladiatore e un diplomatico debole dovette sempre sopportare che un brenno dettasse legge se non aveva anni per contrastarlo. Fu penosissimo assistere alla forza dei negoziati che continuarono a susseguirsi dal 1918 in cui dovemmo subire ogni genere di imposizioni. Ci comportammo come dei burattini partecipando ad un tavolo di conferenza in cui dovevano discorrere su decisioni già prese e che inevitabilmente dovevamo accettare. Certamente i nostri diplomatici non brillarono per acume e accettarono fin troppo tolleranti le parole di Lloyd George a proposito del cancelliere del Reich, Simon: «Il popolo tedesco non sa neanche scegliersi persone di spirito come loro rappresentanti». Ma anche gli eroi a causa della debolezza del loro paese non sarebbero giunti a nulla di fronte alla risolutezza del nemico, Colui il quale nella primavera del 1923 prendendo spunto dall'occupazione francese avesse voluto ristabilire una forza militare avrebbe dovuto, prima, fornire al popolo le armi ideologiche consolidando il suo carattere per poter sconfiggere i responsabili di questa situazione. Nel 1919 pagammo duramente il non aver eliminato nel 1914-1915 l'insidia marxista ed ora paghiamo per non aver saputo sfruttare l'occasione offertaci nella primavera del 1923 di eliminare completamente i marxisti traditori e assassini del popolo. Ogni occasione per opporsi alla Francia doveva seguire alla distruzione di quelle forze che cinque anni prima avevano minato la potenza tedesca sui campi di battaglia. Soltanto gli animi borghesi poterono pensare che il marxismo fosse cambiato e che i criminali esponenti che nel 1918 sfruttarono il sacrificio di due milioni di persone per salire al potere fossero disposti nel 1923 a saldare i conti con il popolo tedesco. La concezione più infondata fu quella che i traditori della patria potessero divenire ad un tratto i difensori degli interessi nazionali. Come gli avvoltoi non rinunziano alla carogna così il marxismo non verrà mai meno a tradire la patria. Non mi si contraddica affermando che tante persone si sacrificano per la Germania, quelli erano lavoratori tedeschi e non più marxisti internazionali. Se nel 1914 gli operai tedeschi erano dei veri marxisti il conflitto si sarebbe risolto nel giro di tre settimane. Il Reich si sarebbe arreso prima che un solo soldato avesse potuto sparare. Se il paese combattè fu proprio perché il marxismo non aveva ancora preso piede. Ma via via che l'operaio e il soldato tedesco capitava.no sotto governanti marxisti non servivano più per la patria. Se all'inizio e durante il conflitto si fossero uccisi con i gas dodici o quindici mila di quei giudei distruttori del popolo, come rimasero uccisi dai gas sui campi di battaglia centinaia di migliaia di tedeschi di tutte le classi, non sarebbero morte invano milioni di persone. Ammazzando dodici mila criminali finché si era in tempo avrebbero guadagnato la vita un milione di preziosi tedeschi. Ma fu caratteristica della politica borghese lasciar morire senza far nulla per salvarle milioni di persone, mentre furono considerati inviolabili dieci o dodici mila traditori della patria, furfanti, usurai, assassini. Che cosa predomina nel mondo borghese: l'impotenza, la vigliaccheria oppure la distorsione mentale? Certamente è giusto che scompaia una classe che purtroppo porta con sé nella tragedia un paese intero. Nel 1923 si ripeteva la stessa situazione del 1918. Prima di intraprendere qualsiasi opposizione bisognava prima di tutto estirpare dal nostro paese il veleno mortale dei marxisti. A mio giudizio il primo dovere di un governo veramente nazionale era quello di organizzare delle forze sicure per combattere il marxismo e poi lasciare il campo aperto a queste forze. Era suo compito non già invitare all'ordine e alla calma quando il nemico ci pugnalava alle spalle e il tradimento all'interno del paese stava dietro ogni angolo. Un governo nazionale avrebbe dovuto optare proprio per l'opposto di queste cose, se nel caos era possibile avere una definitiva risoluzione con i marxisti mortali nemici del nostro paese. Se non si agiva in questa maniera era una pazzia poter organizzare una qualsiasi resistenza. Certamente, tirare le somme per i marxisti, fatto di rinomanza mondiale, non può essere possibile sotto un piano organizzato da un Consiglio segreto o da un'antica e sterile multa di un ministro, ma devono essere tirate sotto le leggi senza fine della vita che si trascina a questo mondo, le quali sono e rimangono quelle di una battaglia per la sopravvivenza. Bisognava considerare che molte volte dalle più recenti guerre interne sorge una virile e robusta anima di Stato, viceversa da una pace sorretta con mezzi falsi sorge la decomposizione. Non si possono mutare con la delicatezza i destini delle Nazioni. Nel 1923 ci si doveva muovere con cattiveria per accalappiare le sanguisughe che si cibavano del sangue nostro. Se si realizzava, si sarebbe impostato un fine all'organizzazione di resistenza attiva. In quel periodo io tenni dei comizi, nei quali tentai di far comprendere per lo meno ai circoli nazionali che cosa ci stava sul tavolo, e che ricadendo sugli sbagli fatti nel 1914 e nei successivi anni saremmo giunti, come nel 1918, ad un disastro. Ho sempre chiesto che il destino agisse liberamente e che fosse concesso al nostro movimento un colloquio col marxismo: ma parlai a persone che non udivano. Questi, incluso il dirigente delle forze armate, compresero più di me ciò che era utile fare; e alla fine firmarono la più indegna capitolazione mai esistita. lo capii chiaramente che la borghesia tedesca era giunta alla fine del suo lavoro e che non era più in condizione di compierne altri. In quel momento compresi che i partiti borghesi bisticciavano col marxismo solamente per invidia, per contrapposizione, senza nessun reale fine di aumentarlo; in definitiva, avevano molto prima superato la distruzione della Germania e agivano soltanto spinti dal fatto di poter essere presenti al suo funerale. Questo era ciò che li spingeva a lottare. Fu quello il periodo, lo dichiaro chiaramente, nel quale nacque nella mia mente il sincero rispetto per quell'insigne uomo italiano, il quale, amando intensamente la sua patria, non cercò accordi con l'avversario interno dell'Italia, ma decise di distruggerlo in ogni modo. Quello che porrà Mussolini fra i più illustri uomini del mondo è il proposito di non dividere Italia con il comunismo, ma di aiutare gli italiani annientando il marxismo. Di fronte a lui, i nostri politici sembrano enormemente poveri! E da quale capogiro si viene presi nell'osservare come critichino, questi miseri, coloro che risultano più grandi. Com'è ridicolo, ricordare che ciò accade in uno Stato, che solo 50 anni fa, era diretto da un Bismarck! Questa condizione di spirito del nostro popolo e la labilità di azione diretta contro il comunismo, facilitarono nel 1923 la fine della resistenza attiva nella Ruhr. Era una pazzia il combattere con la Francia tenendo in seno ai nostri combattenti il peggiore nemico. Si realizzò così una schermaglia che diede orgoglio alle genti nazionali tedesche, colmare l'eccitato spirito popolare, o, più esattamente, tradirlo. Se i politici del 1923 fossero stati convinti veramente delle loro azioni, sarebbero stati in grado di vedere che la potenza di un popolo è riposta, principalmente, non nelle sue armi, ma nella sua tenacità e che per trionfare sull'antagonista esterno si deve innanzitutto distruggere quello interno: se non risulteranno guai, se la battaglia non èvinta subito. Sarà sufficiente il sentore di un tracollo per rompere la resistenza di un popolo schiavo del nemico interno, e per concedere all'antagonista il trionfo ultimo. Ciò si era in grado di comprendere nel 1923. Non si affermi che non era possibile un trionfo militare contro la Francia. Se l'occupazione francese della Ruhr non avesse portato come effetto quello del crollo del comunismo internamente alla Germania, sarebbe stato sufficiente per porre il trionfo a noi. Una Germania senza questi avversari mortali per la sua sopravvivenza e per il suo futuro, avrebbe delle potenze che nessuno sarebbe in grado di annegare. Il momento stesso in cui in Germania il comunismo sarà annientato, il giogo tedesco sarà per sempre distrutto. Poiché noi, nell'andamento della storia, non uscimmo mai annientati della potenza dei nostri nemici, ma soltanto dai nostri propri difetti e dagli avversari interni. Il governo tedesco di quel tempo, poiché non riuscì a compiere una azione eroica, avrebbe potuto prendere la prima strada: quella di non compiere niente e permettere che gli avvenimenti seguissero il loro destino. Ma nel momento importante, Dio regalò alla Germania un'illustre persona, il signor Cuno.
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L'occupazione della Ruhr attuata dalla Francia le causò inimicizie da parte dell'Inghilterra, non solo a livello diplomatico, l'alleanza con la quale era stata mantenuta per i precisi vantaggi, ma anche da gran parte della popolazione inglese. La cui economia non sopportò questo rafforzamento finanziario di una potenza continentale. La Francia militarmente in Europa era superiore alla Germania di un tempo e in più si era consolidata finanziariamente tanto da non temere alcuna concorrenza sia in politica, sia in economia. Le più produttive miniere di ferro e di carbone d'Europa erano entrate in possesso di uno Stato che contrariamente alla Germania si prodigava attivamente in tutto il mondo a salvaguardia dei propri interessi e in più durante il conflitto aveva dato prova di essere una grande potenza militare. Questa occupazione toglieva all'Inghilterra i vantaggi che derivavano dalla vittoria, mentre di fatto la vittoria passava dalle mani della più esperta diplomazia inglese in quelle del maresciallo Foch e quindi della Francia. Anche l'atteggiamento dell'Italia verso la Francia, che già prima non era dei più felici si tramutò in aperta ostilità. In quello un momento critico che sembrò minare la potente alleanza. Se non accadde questo cioè l'aperta ostilità tra quei paesi, come era avvenuto nella seconda guerra balcanica, ciò fu dovuto alla mancanza in Germania del pascià Enver e all'esistenza del cancelliere Cuno. Le ripercussioni che si ebbero in Germania anche in politica interna le offrirono la possibilità di un miglior futuro. Gran parte del paese capì all'improvviso del suo errore nel considerare lo stato francese il più degno rappresentante del progresso e della civiltà. I fatti avvenuti nella primavera del 1923 servivano come quelli del 1914 a distogliere dal nostro popolo i miraggi di una comprensione internazionale e lo riportò nella solita routine dell'eterna lotta, dove l'individuo più debole soccombe per premettere la vita del più forte. Allorché la Francia attuò i suoi propositi e iniziò con cautela, l'occupazione della Ruhr, scoccò, per la Germania, un ora molto importante. Se, allora, il nostro paese, aprendo gli occhi, si fosse ribellato la Ruhr sarebbe stata per la Germania quello che Mosca era stato per Napoleone. V'erano due sole possibilità: o accettare il dato di fatto, o raccogliendo tutto il proprio coraggio e il proprio furore scagliarsi contro gli invasori, in modo da eliminare con una temporanea paura, una paura che non sarebbe stata mai più cancellata. Trovare una terza soluzione per il grande merito del Cancelliere Cuno e nello stesso tempo di quei partiti tedeschi che l'appoggiavano e lo aiutarono. Considererò rapidamente la seconda soluzione: l'occupazione della Ruhr era stata una violazione ai patti di Versailles. Si era resa odiosa anche a molte potenze alleate e specialmente all'Inghilterra e all'Italia. Essa non poteva riporre alcuna speranza in questi Stati a causa della sua egoistica e ladresca azione. Per la Germania nazionale si apriva soltanto una strada, quella voluta dall'onore. Certamente all'inizio non si poteva schierare contro la Francia un forte esercito, ma d'altra parte qualsiasi atteggiamento sarebbe risultato infecondo se non fosse stato appoggiato da una forza armata. Non potendo offrire una resistenza attiva era inutile dire: «non vogliamo trattative!», ma fu assurdo accondiscendere a trattative senza possedere una forza. L' occupazione della Ruhr non si sarebbe potuta evitare con misure militari. Soltanto un folle avrebbe deciso un simile atteggiamento. Ma sotto lo sdegno, ancora vivo, di quella azione la Germania doveva rivolgere le sue mire (trascurando il trattato di Versailles già violato dalla Francia) a formare un esercito per metterlo al servizio dei suoi diplomatici nel momento delle trattative. Infatti si sapeva benissimo che questa questione si sarebbe risolta a tavolino. Ma altrettanto bene si doveva sapere che bisognava disporre di una forza organizzata per poter difendere i propri diritti.
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Lo sfacelo del nostro popolo dopo la resa della guerra fu lampante e triste; ciò nonostante in quel periodo si condannò chiunque prevedette ciò che poi accadde effettivamente. Il governo della nostra nazione si comportò in maniera assurda e da incompetente ma peccò di presunzione volendo eliminare gli sconvenienti profeti. Si notarono a quel tempo, e purtroppo si notano ancora, grandi teste di legno con funzioni parlamentari, veri sellai e guantai (non solo di professione, perché avrebbe significato poco) assurgere al trono di uomo di Stato e da li governare la minuscola massa e far loro la predica. Non ha molta importanza che un simile uomo di Stato, mettiamo più tardi, sia già smascherato e vilipeso da tutti, avendo dimostrato pienamente la sua cretinaggine in materia! Anzi quanto meno gli uomini di Stato di questo governo compiono reali servizi alla Nazione, tanto più si scagliano contro coloro che li pretendono, che hanno il coraggio di mettere in evidenza la loro incapacità presente e futura. Quando quest'uomo di Stato non può più ripararsi dal fallimento completo del suo operato, comincia a citare tutte le cause che hanno reso fallimentare il suo prodigarsi senza però mai giungere ad ammettere l'unica vera causa: la sua incapacità. Al massimo, nell'inverno 1922-1923 avrebbe dovuto essere lampante a tutti che la Francia, anche dopo la pace, tendeva costantemente ad ottenere quei fini che si era pro posta nell'entrare in guerra. Perché non bisogna pensare che il popolo francese voglia quattro anni e migliaia di vite umane per accontentarsi del risarcimento dei danni subiti mediante le riparazioni di guerra. Il fine militare francese si sarebbe potuto realizzare con il conflitto mondiale, se, come era speranza francese, la guerra fosse stata fatta entro i confini tedeschi. Il desiderio di ottenere l'Alsazia-Lorena non è sufficiente a capire l'impegno con cui il popolo francese combatte, se non ci fossero stati anche interessi riguardanti la loro politica estera. Questa tendeva infatti a smembrare la Germania in tanti piccoli Stati. Per questo combatte la Francia sciovinista, dando così all'ebreo internazionale il suo popolo come mezzo. Pensiamo per un attimo che le cruenti battaglie del conflitto non siano avvenute nella Somme, in Fiandra, nell'Artais, davanti a Varsavia, a Nishnii Novgorod, a Kowno, a Paiga, ma sul suolo tedesco, nella Ruhr o sul Meno, sull'Elba, presso Hannover, Lipsia, Norimberga etc.: e dovremo convenire che il fine francese sarebbe stato attuato. E' difficile che la nostra giovane nazione federale avrebbe potuto resistere per quattro anni e mezzo, come in pratica fece la Francia, tutta protesa verso il suo fulcro, Parigi. Se questa guerra mondiale avvenne fuori dei nostri territori ciò avvenne grazie al glorioso esercito tedesco che deve essere di sprono anche per il futuro. Son certo che se non fosse accaduto questo oggi non esisterebbe più un Reich, ma solo stati tedeschi. Questa infatti è l'unica causa per cui il sacrificio dei nostri compatrioti non fu inutile. Grazie a questo le cose ebbero un'altro sviluppo. Effettivamente il crollo della Germania nel novembre del 1918 fu improvviso, ma quando questo giunse i nostri eserciti erano ancora insinuati entro i confini nemici. In quel momento lo scopo della Francia non era più frazionare la Germania, ma espellere dai confini francesi e belgi le truppe tedesche: solo in un secondo momento poté tendere al suo fine. Ma allora la Francia era impossibilitata a farlo. L'Inghilterra aveva chiuso la guerra vittoriosamente debellando la Germania sia colonialmente e commercialmente e infine riducendola a Stato di secondaria importanza. Essa non aveva vantaggi nell'annullare completamente la nazione tedesca, ma anzi preferiva contrapporla in Europa alla Francia. Perciò la politica francese, una volta finita la guerra si dovette dar da fare per ottenere quello che la guerra si era riproposta. La frase di Clemenceau, che per lui la pace era solo il proseguimento della guerra, acquistò un profondo significato. Lentamente sfruttando ogni avvenimento si dovette smantellare la compattezza del Reich. Insistendo sempre sul disarmo e una volta ottenutolo ricattando economicamente si sperava a Parigi di poter indebolire l'unità della Germania. Via via che veniva meno nella nazione tedesca l'orgoglio nazionale, sempre più cresceva la pressione economica, che insieme alla condizione pietosa del popolo si ripercuotevano negativamente in politica estera. Questo modo di schiacciamento politico e di sfruttamento economico continuato per dieci, venti anni, tende a distruggere lentamente la vigoria nazionale e in alcuni casi a disintegrarla. Solo così la Francia otterrà il suo ambito scopo. Già nell'inverno 1922-1923 erano chiare le intenzioni francesi. Rimanevano solo due modi di pensare: o si tentava di demolire lentamente la risolutezza francese opponendole la perseveranza tedesca, oppure comportarsi nell'unica maniera possibile contrastando il nemico. Certamente questa era una battaglia per la vita o per la morte. Si poteva sperare alla vita solo se la Francia fosse stata isolata in modo che le lotte per la sopravvivenza non fosse stata una battaglia del popolo tedesco contro rutto il mondo, ma una difesa contro la Francia che minacciava il mondo stesso e la sua tranquillità. Sono certo che questo secondo caso un giorno dovrà accadere. Non dovrebbero cambiare infatti gli scopi della Francia, che con lo scemare delle sue forze va diminuendo i principali rappresentanti della sua stirpe, può conservare il suo prestigio nel tempo solo disgregando la Germania. La politica francese potrà riproporsi mille fini, ma questo sarà sempre quello a cui tendere per realizzare le sue esigenze. Ma è uno sbaglio pensare che un carattere soltanto passivo, che guarda solo alla sua conservazione, possa alla lunga spuntarla contro una determinazione attiva. Però finché la continua lotta tra Germania e Francia avrà luogo solo come una difesa tedesca contro l'attacco francese, non si risolverà mai e alla lunga la Germania dovrà cedere. Si osservino i cambiamenti di lingua avvenuti su i territori tedeschi dal secolo XII ad oggi, e si noterà come sia errato questo comportamento già tanto danno per noi. Quando il popolo tedesco sarà divenuto consapevole di ciò la nostra determinazione non ristagnerà più in un atteggiamento passivo, ma si concretizzerà, per una svolta decisiva, in una guerra in cui la Germania cercherà di realizzare i più grandi ideali. Solo in quel momento sarà posta la parola fine ai contrasti infecondi tra Francia e Germania; logicamente con il proposito da parte della Germania che la sconfitta della Francia serva soltanto come mezzo per attuare l'espansione vitale per il nostro popolo. Oggi in Europa vivono 80 milioni di tedeschi! La bontà dei nostri propositi verrà ammessa solo quando, tra un secolo, 250 milioni di tedeschi abiteranno il nostro continente non stretti come i Coolier nelle fabbriche di un altro Stato, ma come contadini ed operai che onestamente si procurano i mezzi di sostentamento. Nel dicembre del 1922 la situazione tra Germania e Francia parve degenerare in maniera grave. La Francia voleva ricattarci ancora più spietatamente e perciò necessitava di garanzia. Allo sfruttamento economico si doveva aggiungere un'oppressione politica e il popolo francese pensò di poter sottomettere il nostro popolo ribelle, soltanto con un attacco al centro vitale dell'economia e del prestigio tedesco. Occupando la Ruhr la Francia pensò di mettere con le spalle al muro di punto di vista spirituale la Germania e di porci in una situazione finanziaria così grave da accettare qualsiasi soluzione propostaci, anche la peggiore. Con questo comportamento si tendeva a piegare ed infine a spezzare la Germania. E così sarebbe accaduto. Con l'occupazione della Ruhr il cielo ci diede ancora la possibilità di risollevarla. Infatti ciò che da prima sembrava una disgrazia, ad una più attenta analisi mostrò di possedere la chiave per porre fine alle nostre miserie.
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e uno stato nazionale ancora giovane dovrebbero ben altre possibilità per una guerra in Europa che i cadaveri in decomposizione delle nazioni con le quali la Germania si coalizzò nell'ultimo conflitto. Logicamente grandi ostacoli si oppongono a questo nostro fine. Ma fu forse più facile l'attuazione dell'intesa? Quello che fu possibile a Edoardo VII in parte contro interessi logici deve essere possibile anche per noi se l'affermazione della necessità, riesce a primeggiare superando ogni altra passione opposta. Questo avverrà quando mossi dal bisogno, riusciremo a cambiare l'errata politica estera degli ultimi tempi, vuota e senza fondamento, e ne sarà posta un altra che abbia un fondamento e un giusto scopo. Il fine della nostra politica estera non dovrà tendere ad ovest o ad est ma ad una politica mirante l'acquisizione di nuovi territori. Bisogna però essere potenti, mentre attualmente stiamo soccombendo sotto le spire della nostra acerrima nemica: la Francia. Perciò dobbiamo sottostare a qualunque privazione che porti alla disintegrazione della fatica francese di primeggiare in Europa. Attualmente ci sono alleate tutte le Nazioni che pensino, al nostro pari, che l'idea francese sia inammissibile. Nessuna strada per raggiungere codeste Nazioni ci deve apparire molto difficile e nessuna privazione molto pesante, se ci porge, come ricompensa ultima, la maniera di distruggere il maggiore nostro nemico. Naturalmente, attualmente ci poniamo in condizioni di dover subire i terribili attacchi dei fautori interni di una politica anti-tedesca. Ma i nazional-socialisti non perderanno di vista, a causa di ciò, il fine ultimo: il convincimento del popolo di ciò che è utile. Il tempo guarirà i nostri più piccoli guai, noi dovremo rimarginare e togliere il male peggiore. Navigheremo nel verso contrario all'opinione pubblica, drogata dalla astuzia ebraica nel servirsi della tranquillità del popolo tedesco. Molte volte l'opinione pubblica ci si oppone e ci combatte; ma lottando contro essa ci faremo notare di più di coloro che lottano al fianco di queste. Attualmente noi siamo una pietra; in poco tempo potremo diventare, se il fato lo vuole, una montagna contro cui l'opinione pubblica cozzerà e imporrà a cambiare la sua idea. Abbiamo bisogno che, davanti agli Stati mondiali, il nostro movimento appaia come il fautore di un preciso programma politico. Qualunque destino il fato ci nasconda, noi dobbiamo apparire già da vicino. Allorché avremmo esposto il grande ideale che deve muovere la nostra azione nella politica estera, ci giungerà da questa dichiarazione, la potenza di reggere con fermezza il bombardamento intenso della stampa nemica: quel bombardamento che, alcune volte, fa in modo di spaventare l'oppositore e che per non farsi tutti nemici, si lasci sfuggire un compromesso in uno o in un altro terreno e si schieri con i suoi nemici. Dopo la pace del novembre 1918 iniziò una politica che secondo le comuni concezioni, doveva condurci lentamente e completamente alla schiavitù. Infatti da altri esempi che possiamo riscontrare nella storia notiamo che quando un popolo che senza gravi minacce depone le armi in seguito preferisce sopportare i disagi e le angherie più terribili piuttosto che cercare di ristabilire la loro sorte riprendendo nuovamente la guerra. E' questo logicamente spiegabile. Un abile vincitore imporrà sempre la sua volontà sul vinto. Con una Nazione priva di personalità (e così è quella che cede le armi di propria volontà) può essere certo che essa non riscontri più in nessuna angheria a cui è soggetta una valida causa per riprendere le anni ma quanti più soprusi essa subisce tanto più ritiene insensata opporsi ad un nuovo. Dopo aver già sopportato senza dir nulla tanti altri mali. Al contrario la perdita della libertà dopo una guerra sanguinosa e nello stesso tempo gloriosa dà la sicurezza della resurrezione del paese ed è il punto principale su cui ci si baserà per un nuovo ritorno». Cartagine è il miglior esempio della autodistruzione di un popolo. Per questo anche Clausewitz nelle sue tre confessioni cita questo concetto e lo fissa in eterno: «La vile colpa di un'assoggettamento non si può mai dimenticare, come una nemesi storica impatta nei figli e annulla qualsiasi successivo spirito velleitario». Certamente uno Stato diventa privo di glorie e di personalità qualora non badi a questo insegnamento. Chi lo tiene presente non tenterà mai tanto in basso: solo chi se lo scorda o non se ne interessa più cede. Basandosi sulla umana esperienza si nota che mai i protagonisti di una così vile azione si comportino ad un tratto in una altra maniera; saranno invece proprio questi che non vorranno saperne di simili concetti. Alla fine o il Paese si sarà assuefatto a vivere in schiavitù oppure una rivoluzione porterà al governo uomini che si comporteranno in maniera più onorevole. Nel primo caso i governanti si troveranno a loro agio in quanto spesso il vincitore furbo affida loro l'incarico di badare agli schiavi ed essi si comporteranno più spietatamente di quanto potrebbe fare un dispotico straniero eletto dallo stesso nemico. Gli avvenimenti successivi al 1918 fanno vedere che in Germania la speranza di conquistarsi il favore del nemico con volontario assoggettamento determina, tristemente, l'azione del popolo e le mire politiche. Dalla fine della guerra il nostro destino, in maniera ormai chiara, è in mano agli Ebrei, per questo non si può dire che soltanto la mancanza di senno sia la causa delle nostre disgrazie: anzi si deve pensare ad una cosciente intenzione di portare alle estreme sventure il nostro popolo. Se prendiamo questa realtà come punto di riferimento la pazzia del nostro atteggiamento politico verso le nazioni straniere è solo apparente in quanto si rivela come un freddo e studiato calcolo al servizio dell'ideale ebraico teso alla conquista del mondo. Lo sforzo di ridonare alla Prussia dopo il suo crollo totale di una nuova linfa vitale e combattiva, svolto dal 1806 al 1813, appare per quanto sopra esposto oggi, del tutto annullato, anzi ha portato il nostro Stato in una situazione ancora più debole. Nel 1925 fu sottoscritto il patto di Locarno! Gli avvenimenti avvennero nella maniera esposta. Una volta che l'avvilente armistizio fu sottoscritto, il popolo non trovò né l'energia né il coraggio per resistere, con improvviso moto, alle sempre maggiori e continue richieste di misure oppressive da parte delle nazioni avversarie. Né gli avversari, per la loro furbizia, non pretendevano il tutto in una sola richiesta. A secondo del loro parere e dei nostri dirigenti tedeschi e nella maniera che era nel momento sopportabile opprimevano con i loro ricatti, senza tema di un'improvvisa esplosione nell'animo della folla. La resistenza ad ogni nuovo ricatto veniva così annullata in quanto ogni qualvolta si sottoscrivevano nuovi patti imposti, ne scaturiva la giustificazione di non opporsi ad un nuovo sopruso dopo che già se ne avevano tollerati anteriormente tanti altri. Clausewitz definisce questa maniera di governo «gocce di veleno». Essa si può trasformare in una catena e allora un popolo non se ne libera più e continua a vivere da schiavo. Così si susseguirono in Germania bandi che ci resero impotenti e ci legarono le mani, alla sconfitta politica si aggiunse il latrocinio; e infine sorse quella concezione che riconobbe fortunato il patto di Dawes e vittorioso quello di Locarno. Con un giudizio oggettivo si può ritrovare una sola fortuna tra tanto squallore, la fortuna che non si può corrompere il Signore, anche se si possono corrompere gli uomini. Il Signore non ci diede la sua benedizione: da quel momento sciagure e affanni furono le inseparabili amiche del nostro popolo, mentre l'unica costante alleata fu la miseria. Anche in questo non ci sono state scappatoie, il destino ci ha dato quello che abbiamo voluto. Visto che non consideravamo la gloria, esso ci fa desiderare la libertà di un pezzo di pane. Il popolo ora supplica per un pezzo di pane, un giorno si struggerà per ottenere la libertà.
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da lui. Per questo motivo egli si volle sentire protetto dalla Russia, in modo da poter agire liberamente verso l'occidente. Ma quello che un tempo fu utile al popolo tedesco, oggi sarebbe nocivo. Nel periodo 1920-21, quando nacque il nostro movimento e iniziò ad essere conosciuto come un movimento di salvezza per la Germania, alcune persone si accostarono ad esso per cercare di intrecciare un ponte fra questo e i movimenti di liberazione di altre nazioni. Questo atteggiamento era logico per le idee della Lega delle nazioni oppresse, che molti propagandavano: formate soprattutto da elementi giunti da nazioni balcaniche, dall'Egitto o dall'India, che mi sembrarono sempre dei cialtroni che si davano importanza senza possedere nulla. Ma molte persone tedesche, soprattutto in campo nazionale, si lasciarono convincere di quelle vittorie orientali e pensarono di essere alla presenza, di fronte ad alcuni studenti egiziani o indiani, dei veri rappresentanti dell'Egitto o dell'India: e non si accorsero che avevano di fronte degli individui senza alcun potere, non incaricati di intavolare rapporti con nessuno. Perciò la conclusione ultima di questi rapporti con queste persone si concretizzò inesistente, ed il tempo utilizzato nel contrattare con questi si rivelò molte volte perso. Mi sono sempre comportato con sospetto verso azioni uguali, sia perché dovevo realizzare altre cose che perdere tempo in chiacchiere infruttuose, sia perché pensavo che, anche se questi fossero stati incaricati da quegli Stati, la Germania non avesse nulla da guadagnarci. Già nei periodi di pace non era logica la politica tedesca delle alleanze, la deficienza di fini concreti, le portava a legarsi con vecchi Stati ormai tagliati fuori dagli avvenimenti mondiali. Sia l'alleanza con l'Austria che con la Turchia era priva di fondamento. Mentre le vere potenze si univano in coalizioni aventi un carattere offensivo, essa si univa a Stati impotenti con lo scopo di incutere paura a quella coalizione fortissima. La Germania scontò questo suo errore ma non servi d'insegnamento ai nostri governanti per salvaguardarsi da simili errori. Infatti la pretesa di incutere timore, mediante una coalizione di Nazioni impotenti, ai fortissimi vincitori è nello stesso tempo assurdo e tragico. E' tragico perché inganna il nostro popolo intorno ai suoi veri mezzi e dà adito a speranze e miraggi privi di realtà. Il tedesco di oggi sembra un naufrago che cerca di aggregarsi a qualsiasi pezzo di legno pur di non andare a fondo. Può anche essere che sia costituita da uomini spietati capaci di combattere ogni miraggio che appare all'orizzonte. Ma questa Coalizione di Nazioni impotenti, sia essa una Società delle Nazioni o un miraggio, troverà sempre persone pronte a crederci. Mi vengono alla mente le ingenue e assurde speranze che nel 1920-21 presero piede intorno a un eventuale distaccamento dell'Inghilterra dall'India. Certi oratori da strapazzo asiatici, oppure se volete degni esponenti della libertà indiana, che allora giravano per l'Europa misero in giro la voce che l'impero britannico, il cui fulcro è l'India, proprio in quel paese stesse per venir meno. Non capirono che la loro stessa speranza era causa di queste affermazioni che per questo erano assurde. Infatti quando ammettono l'allontanamento inglese in India vitale per l'Inghilterra, ammettono allo stesso tempo l'essenzialità dell'India. Ma è logico pensare che questo quesito sia ben conosciuto non solo ai veggenti tedesco- nazionali ma anche ai governanti inglesi. E' infantile pensare che l'Inghilterra non dia sufficiente risalto alla essenzialità dell'india per il suo predominio. Da ciò risulta che il conflitto mondiale non ha loro insegnato nulla e credendo che l'Inghilterra possa lasciar andare l'India senza giuocare l'ultima carta a sua disposizione. Ed è a causa della mancanza di realizzazione tedesca se oggi l'Inghilterra continua a rinforzare e governare il suo dominio. L'unica causa che potrà determinare questo allontanamento sarà data da crisi razziali (di cui non esiste neanche l'ombra) o dalla potenza preponderante di un'altra nazione. Noi tedeschi sappiamo fin troppo bene quanto è difficile vincere l'Inghilterra. Affermo ciò parlando per ipotesi in quanto, come tedesco, preferisco vedere l'India sotto il dominio dell'Inghilterra che di un'altra Nazione. Altrettanto vana è la capacità di rivolta degli Egiziani. La guerra santa può far credere ai nostri rincretiniti tedeschi che altri popoli siano pronti a sacrificarsi la bella faccia nostra. Spesso la speculazione su questo fatto è causa della crudeltà. Ma in effetti questo miraggio verrebbe subito smascherato dal fuoco delle mitragliatrici e dagli scoppi delle bombe. E' assurdo cercare di abbattere con una alleanza di menomati uno Stato saldo e forte pronto a sacrificare fino l'ultimo uomo per la propria sussistenza. A me nazionalista che guardo il valore di un popolo dalla sua razza, mi è sufficiente osservare le minori virtù della razza di quella Nazione impedite per non legare l'avvenire del nostro paese con quello loro. Simile atteggiamento è da prendersi con la Russia. La Russia di oggi senza il ceto superiore tedesco, non va considerata idonea per il conseguimento della libertà dello Stato tedesco. Dal punto di vista militare, in caso di conflitti russo-germanico contro l'occidente europeo e praticamente col mondo la nostra situazione risulterebbe molto critica. La guerra sarebbe impostata su territorio tedesco senza poter ottenere concreto aiuto dalla Russia. Infatti la Germania ha un esercito totalmente impreparato e incapace a sostenere una guerra contro le nazioni europee, Inghilterra compresa, e il territorio industriale della Germania sarebbe preso di mira dagli attacchi concentrici dei nostri nemici. Si tenga poi presente che tra Germania e Russia v'è la Polonia in mano ai Francesi. Nel caso di conflitto la Russia dovrebbe annullare la resistenza polacca prima di portare un solo aiuto alla Germania. Ma non sarebbero tanto le truppe quanto il complesso tecnico. E sotto questo punto di vista ci sarebbe una circostanza ancora più catastrofica di quella del conflitto mondiale. A quel tempo l'industria tecnica cadde in mano ai nostri alleati e la Germania dovette sostenere da sola la guerra tecnica; in questo eventuale conflitto la Russia non conterebbe quasi nulla sotto il profilo tecnico. Noi non avremo nulla da contrapporre alla motorizzazione bellica dei nemici, che già nella futura guerra acquisterà un carattere fondamentale. In questo campo infatti la Germania non ha retto il passo, e col poco che ha dovrebbe aiutare la Russia che a tutt'oggi non ha una sola fabbrica producente mezzi blindati. Così questo conflitto avrebbe la fisionomia di un eccidio. I giovani tedeschi sarebbero ulteriormente falciati nella guerra mondiale, perché, come sempre, la gloria della lotta cadrebbe solo su di noi, andando così incontro a una ineluttabile distruzione. Ma pensando anche a un miracolo, le conseguenze sarebbero un sacrificio ulteriore di vite umane, senza per questo ottenere miglioramenti, in quanto i suoi confini sarebbero ancora con grandi Potenze militari. Non ci si opponga dicendo che una alleanza con la Russia deve essere fatta solo in vista di una guerra, in quanto una coalizione che non abbia come fine la guerra non avrebbe senso. Non bisogna neppure sperare che le altre Nazioni non capiscano il fine. Se si cerca una unione è per combattere. Anche se al momento della stipulazione dei patti la guerra è lontana bisogna intensificare gli sforzi per uno sviluppo bellico, solo cosi avrà ragione di esistere l'unione. Se l'unione con la Russia fosse solo un fatto formale esso avrebbe significato o dalla stipulazione formale si trapassasse alla chiara realtà, e allora sarebbe lampante per tutti il fine. D'altra parte non si deve credere che Inghilterra e Francia attenderebbero tranquillamente gli sviluppi e il rafforzamento tecnico dell'unione russo-germanica prima di intervenire. Al contrario la bomba esploderebbe subito sulla Germania. Così già dalla stipulazione dei patti con la Russia v'è il fine di un'altra guerra e per la Germania sarebbe la fine. Inoltre bisogna pensare che: 1) i governanti della Russia non ci tengono a stipulare patti onesti né a rispettarli. E' necessario considerare che gli attuali governanti russi sono dei volgari e luridi criminali, i quali, approfittando di una crisi momentanea, pugnalarono alle spalle il grande Stato, e uccisero, assetati di stragi, milioni di intellettuali e da quasi dieci anni si comportano in una maniera tirannica e dispotica superiori a qualsiasi altra. Inoltre questi governanti fanno parte di gente che unisce il sadismo al tradimento e si sente in diritto di ampliare a tutto il mondo il suo criminale dominio. In più tutta la Russia è dominata dall'ebreo internazionale, che vede nella Nazione tedesca non un'alleata ma un paese destinato alla stessa sorte della Russia. Non si possono stringere patti con uno Stato il cui unico scopo è quello di distruggere l'alleato. E poi non ci si allea con un popolo sacrilego, senza parola e onore che vive mediante i tradimenti, i ladrocini, le ruberie, i saccheggi. L'uomo che pensa di allearsi con delle sanguisughe è come una pianta che volesse trarre profitto dal muschio; 2) è costante per la Germania il timore di una sorte simile a quella russa. Solo un ingenuo borghese può pensare di bloccare il bolscevismo. Egli, nella sua faciloneria, non pensa neppure che è dato da un fatto istintivo cioè dal continuo tendere del popolo ebreo al dominio mondiale. Questo comportamento è così logico come quello inglese che tende a diventare da padrone del Mondo. E l'ebreo si comporta come l'inglese che tende con le armi alla sua meta. Il giudeo si comporta secondo il suo scopo, si fonde col popolo e mina le basi di questo: combatte col tradimento, con la falsità, tende al traviamento totale in modo da distruggere l'odioso nemico. Nel bolscevismo russo si deve vedere una tappa fondamentale per il dominio del mondo. Così come si comportò già a un tempo, tende con altri mezzi, ma sostanzialmente affini, alla stessa causa. La sua tenacia è radicata nel carattere. Un popolo non sa fare a meno di seguire l'istinto di ampliamento della sua razza e della sua forza: solo l'ambiente esterno e l'impotenza data dalla vecchiaia possono farlo desistere. Così anche l'ebreo non rinuncerà spontaneamente all'impero mondiale, né ostacolerà il suo istinto. Anche lui sarà fermato solo da forze superiori, a meno che la morte non lo colpisca prima. Ma l'incapacità dei paesi, la loro morte per senilità avviene quando le direttive sono messe in crisi e non v'è più la purezza del sangue. Invece l'ebreo conserva meglio di tutti la purezza della sua stirpe. Perciò la sua marcia continuerà e sarà arrestata solo quando una nuova forza, con un titanico sforzo riuscirà a ricacciarlo giù come Lucifero quando tentò la sua scalata al cielo. Oggi la Germania è la prossima vittima del bolscevismo. Ci vuole tutta la saldezza di un ideale, quasi si trattasse di una missione, per salvare il nostro paese, sviluppato nelle spire di quella idea internazionale e ricominciare verso una purificazione della nostra stirpe. Solo in questa maniera le forze dello Stato tornate indipendenti possono essere utili alla difesa della nostra stirpe e far sì che non si ripetano i precedenti errori. Se questo è il fine al quale dobbiamo tendere è pura pazzia stringere patti
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I nazional-socialisti devono raggiungere fini più alti: il diritto di avere nuovo spazio si cambierà in dovere se la gente di una nazione, non essendoci un ampliamento della sua superficie, sembra diretta verso la guerra. Principalmente allorché non si parla di una piccola popolazione di colore, ma del popolo tedesco, creatore di tutto ciò che è l'attuale forma della vita in questo odierno globo. La Germania o raggiunge il grado di Potenza mondiale o non esisterà. Ma per giungere a Potenza mondiale ha la necessità di avere una grandezza che le dia attualmente il sufficiente prestigio e dia da vivere alla sua gente. I nazional-socialisti cancellano la politica estera tedesca prima della guerra e l'annullano. Noi iniziamo dal punto in cui ci si fermò 600 anni fa. Finiamo l'eterno cammino tedesco verso il nord e l'ovest e guardiamo i territori posti all'est. Facciamola finita con la politica coloniale e commerciale di prima della guerra e passiamo ad una politica di espansione nel futuro. Ma allorché diciamo di nuovi spazi europei, dobbiamo tenere in considerazione innanzitutto l' Unione Sovietica o le Nazioni satelliti ad essa affiliate. Pare che il fato stesso ci voglia dire queste cause. Ponendo la Russia nelle mani del comunismo tolse alla sua popolazione quella branchia di scrittori e pensatori che adesso ha fatto in modo e assicurato la sopravvivenza dello Stato. Poiché, l'organizzazione di una Nazione russa non fu la soluzione delle capacità politiche di una popolazione oppressa, ma fu uno splendido esempio, del modo di costruire uno Stato, che è insito in una stirpe di più basso coraggio. In questo modo nacquero moltissimi dei più forti regni mondiali. Molte volte popolazioni inferiori comandate da preparatori e dominatori tedeschi assursero a Nazioni fortissime e resistettero sino a che sopravvisse il centro della stirpe che modellò la Nazione. Da centinaia di anni, l'Unione Sovietica approfitta di questa razza per porli nei punti dirigenziali: ma ciò attualmente, è stato quasi globalmente distrutto e messo al bando. In vece sua è stato posto l'ebreo. I sovietici non sono capaci da soli a togliersi da dosso gli ebrei; ma gli ebrei non sono in grado di conservarsi per molti anni quella potente nazione. In quanto che l'ebreo non riesce a organizzare, ma soltanto a mettere il caos. La Russia è pronta per crollare. Perciò l'estirpazione degli ebrei dall'Unione Sovietica vale a dire l'abbattimento della Russia come Nazione. Noi siamo posti dal fato ad osservare questo sconquasso che risulterà il più potente avvallamento delle tesi nazionalistiche sulla razza. E’ nostro dovere, compete al movimento nazionalsocialista, spingere la Germania verso questo ideale politico, che gli renderà chiaro come il suo fine futuro non sia riposto nel ricostruire la marcia d'Alessandro, famosa e ipnotizzante, ma nel duro lavoro della terra tedesca, a cui le armi della Germania daranno spazio. E’ logico che gli ebrei confermino la loro tenace opposizione a questa politica. Comprendono perfettamente che deve fare in questo modo per proteggere il suo futuro; ed è proprio questo che dovrebbe convincere i reali nazionalisti sulla veridicità dell'attuale scopo. Purtroppo, accade il contrario. Non soltanto nei circoli tedesco-nazionali, ma pure nei circoli nazionalisti si muove la lotta contro le tendenze di questa linea politica orientale, con la scusa di seguire un ideale maggiore: avviene spesso ciò in questi frangenti. Si cita Bismarck per nascondere una politica erronea, non attuabile, e gravissima per la popolazione tedesca. Affermano che Bismarck diede sempre la maggior consistenza ai buoni rapporti con la Russia. Questo è vero: ma questi scordano di dire che egli dava una uguale consistenza ai buoni rapporti, ad esempio, con l'Italia, anzi si alleò con essa per poter vincere l'Austria. Perché non si cerca di continuare questa linea politica? Affermano che l'Italia attuale non è uguale a quella passata. Ma anche l'Unione Sovietica non corrisponde a quella passata. Il Bismarck non ha mai pensato di fissare per sempre una strada, un'azione politica. Sapeva troppo di quel periodo per imprigionarsi in quel modo. Perciò, non bisogna domandare: che cosa ha realizzato ieri Bismarck? Ma: che cosa realizzerebbe egli attualmente? A questo quesito si può trovare facilmente la risposta: la sua sagacia politica gli negherebbe di stringere un'alleanza con una Nazione che va incontro alla sua fine. Infatti Bismarck allora si interessò con antipatia della politica coloniale e commerciale della Germania: egli mirava principalmente a rinsaldare e ad irrobustire interamente la nazione sorta
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Noi al contrario con le direttive dei politici di quel tempo dobbiamo essere in grado di sviluppare il pensiero citato prima, in politica estera ovvero avere un territorio sufficiente per il numero dei cittadini. Dal periodo precedente l'unico insegnamento utile è quello che dobbiamo indirizzare la nostra politica su due strade: territorio come fine della nostra politica estera e una base nuova, compatta, creata in relazione al nostro ideale del mondo quale fine del nostro modo di agire in politica interna. Mi interesserò ora superficialmente di questo problema: in quale modo la sete di spazio vitale è in rapporto alla concezione morale? Questo è obbligatorio in quanto, anche in quegli ambienti, soprannominati nazionali, si riscontrano sciocchi oratori che cercano di offrire, alla popolazione tedesca, come fine della sua politica estera, il risarcimento dei danni del 1918 e ciò nonostante vogliono offrire agli Stati di tutto il mondo, la certezza della fratellanza e della benevolenza della Germania. A questo punto vorrei precisare ciò: la domanda del riassettamento dei territori del 1918 è un grande errore politico, le cui ripercussioni sono così deleterie da farle apparire delittuose. I territori del Reich nel 1914 non erano naturali, in quanto non comprendevano tutte le persone di origine tedesca, né tanto meno adempivano ad esigenze militari, ed infine non derivavano da un esatto atteggiamento politico. Erano gli instabili territori di una battaglia politica ancora aperta ed in parte derivata da questo scherzo del fato. Con il medesimo diritto, e varie volte con più diritto, si potrebbe riesumare qualche nuovo periodo di tempo importante della storia tedesca e obbligare la nostra politica estera di porsi come fine la restaurazione di quel periodo passato. Questo bisogno si adatta al modo di pensare borghese attuale, che pone in ciò e non detiene un ben chiaro fine politico futuro, ma si muove nel passato, nel passato più vicino: perché la sua riflessione sul passato non supera l'arco della sua vita. E' logico che il limite politico di queste persone non veda oltre il 1914. Ma affermando, che ristabilire quei confini è il fine politico della loro azione, consolidano solo la minata alleanza fra i nostri nemici. Solo in questa maniera si può comprendere che solo dopo otto anni dal conflitto mondiale, a cui parteciparono nazioni aventi atteggiamenti e fini in parte diversi, possa esistere ancora in maniera più o meno salda l'alleanza tra i vincitori di quel tempo. Tutte quelle nazioni sfruttarono allora la distruzione della Germania. Il timore della nostra potenza, fece passare in secondo piano, l'astio ed il rancore che le grandi hanno l'una verso l'altra. Nella spartizione del nostro Reich tra il maggior numero di Stati, videro una assicurazione contro la nostra rinascita. L'animo malfattore e il timore della potenza della Germania risultano il più forte adesivo che anche adesso unisce le nazioni di quell'alleanza. Il nostro strato borghese collocando lo Stato tedesco e come fine politico il ristabilire i confini del 1914 intimorisce quello Stato dell'alleanza nemica che, in caso, avesse intenzione divenir meno a questo, avrà paura di essere attaccato da noi, una volta lasciato solo, senza l'aiuto degli ex-alleati. Qualunque nazione si ritiene danneggiata e provocata da quella tesi che appare irreale per due motivi: 1) perché non ci sono le possibilità per attuarla; 2) perché se si potesse compierla il prodotto risulterebbe cosi misero che, com'è vero Dio, non sarebbe il caso di riportare nuovamente in gioco, per ciò, il sangue del popolo tedesco. Poiché non sussiste alcun dubbio che i territori del 1914 sarebbero ripresi soltanto con il sangue. Si dovrebbe ragionare come un ragazzino innocente per pensare di raggiungere per strade secondarie o con l'accattonaggio, il cambiamento del trattato di Versailles, senza considerare che per avvalla re una simile azione si dovrebbe avere almeno un Tallejrand e noi ne abbiamo. Il 50 per cento dei nostri politici è formato da soggetti molto furbi ma senza personalità e generalmente sono contro il nostro paese; e l'altro 50 per cento di sciocchi e incapaci. Poi dal Congresso di Vienna in cui agì Tallejrand non vi sono più le stesse condizioni, non ci sono più principi ' e corteggiatori di questi che scambiano e contrattano i territori delle nazioni, ma il terribile ebreo internazionale lotta per raggiungere il predominio sulla terra. Nessuna nazione è in grado di scostare dalla propria testa quel pericolo se non con la guerra, soltanto le globali, unite forze di un prorompente e travolgente furore nazionale sono in grado di lottare contro la schiavitù internazionale delle genti. Comunque questa maniera di agire è e resta violenta. Invece se si ha la certezza che il futuro della Germania chiede il più alto sacrificio, si è obbligati a prescindere da argomenti di cauta politica e a bloccare e a esporre un fine all'altra di quel grande sacrificio. I territori del 1914 non hanno nessuna importanza per il futuro della Germania. Non servivano alla difesa del nostro passato e non sarebbero serviti come base per il futuro. Grazie ad essi la Germania non acquisterà la propria unità, né potrà aspirare alla propria esistenza. Militarmente quei territori non giovano e neanche servono come palliativi ed in più non sono utili al miglioramento della posizione rispetto agli altri stati mondiali, anzi ai veri stati mondiali. Non renderanno più breve il divario tra noi e la Gran Bretagna, non ci offriranno la potenza dell'unione, non servirebbero neanche a far diminuire effettivamente la Francia dal suo predominio nella politica mondiale. Una sola cosa sarebbe sicura, provare a ristabilire i confini del 1914, ma quando anche fossero coronati da successo porterebbero ad una nuova miseria del nostro paese, talmente deleteria che non ci rimarrebbero più le forze di cui servirci per azioni e lotte atte, effettivamente, a garantire l'esistenza ed il futuro dello Stato. Al contrario: nell'eccitazione di una tale vittoria non si penserebbe più a fini superiori tanto più che la gloria nazionale sarebbe salva e si permetterebbe, almeno fino ad un nuovo ordinamento, la possibilità di un nuovo incremento del nostro commercio. I nazional-socialisti, invece, debbono mirare al fine nella politica estera: quello cioè di garantire alla Germania il vero confine che gli toccò su questa terra. Solo per questo è legale, dinanzi al Signore e ai nostri figli, sacrificare vite umane: davanti al Signore, in quanto noi siamo predestinati, su questa terra, a combattere sempre per il pane giornaliero, in qualità di uomini a cui non si regala niente e che ottengono il loro predominio di padroni del mondo soltanto grazie all'intelligenza ed alla fermezza con cui sapranno ottenersela e mantenersela. Di fronte ai nostri figli tedeschi, perché per ogni vita sacrificata ne scaturiranno mille alla posterità. Lo Stato, su cui un domani, gli agricoltori tedeschi daranno alla luce degni figli, darà giustificazione della vita sacrificata dagli agricoltori attuali; e i governanti che le sacrificheranno, saranno vilipesi adesso, ma saranno considerati innocenti, domani, per i sacrifici richiesti alla loro gente. Mi sento in obbligo di scagliarmi contro quegli scrittori nazionali che fingono di intravedere nell'impadronirsi di territorio un vilipendio ai sacri diritti della persona e scrivono combattendo queste idee. Non si può dire ciò che si ripara dietro le spalle di queste persone. E' chiaro soltanto che il caos che questi possono creare interessa e fa il gioco degli avversari della Germania. Con il loro modo di agire da criminali portano ad un infiacchimento ed alla distinzione, internamente, della fermezza, nella nostra gente, dell'unica maniera valida per proteggere le sue esigenze di vita. Poiché non esiste al mondo alcuna popolazione che abbia anche soltanto un metro quadrato di territorio grazie ad una normale richiesta e a un normale diritto. I territori tedeschi esistono in virtù del destino e sono momentanei, risultato delle battaglie politiche di ogni periodo di tempo; e uguali risultano anche i territori dove vivono le altre popolazioni. Come la sembianza del mondo sembra soltanto invariabile a cervelli stupidi, ma non è che una costante in ogni periodo di tempo per un cambiamento costante, nato dal sempre maggior incremento delle grandiose forze naturali, così nell'esistenza delle popolazioni cambiano i limiti dei territori che servono alla continuazione della vita. I territori delle nazioni vengono costruiti dagli uomini e cambiati dagli uomini. Il motivo per cui una popolazione acquisisca un grande territorio non è sufficiente al fine della conservazione eterna. Ciò non fa che avallare la tesi affermante che la potenza dei vincitori è la debolezza dei vinti. In fondo soltanto in questa potenza si riduce il diritto. Se la popolazione tedesca, limitata in una nazione insufficiente, si dirige verso un tempestoso futuro, ciò non dipende dal caso e il rivoltarsi non significa lottare contro il destino. Nessuna grande potenza concesse ad un'altra nazione più spazio che al tedesco, o è colpita da questa ingiusta divisione di territorio. I nostri avi non ebbero regalato da Dio il territorio in cui attualmente noi viviamo, ma se lo dovettero accaparrare mettendo a repentaglio la loro vita: perciò, in futuro, i tedeschi non riceveranno territori e perciò la vita, dal buon cuore straniero, ma soltanto dalla potenza delle proprie armi vittoriose. Siamo certi attualmente di un chiarimento obbligatorio con la Francia, ma questo chiarimento risulterebbe inutile se annullassimo, in questo, i fini nella nostra politica estera. Questa avrà un significato soltanto se realizza per noi la protezione delle spalle nella battaglia per l'aumento del territorio nel quale germoglia la nostra esistenza europea. Poiché non si deve svolgere il problema in funzione di acquisizioni coloniali, ma solamente acquisendo uno spazio da popolare, che ingrandisce il territorio nativo tenendo le nuove persone agglomerate con lo Stato iniziale e che garantisca alla superficie globale quei tornaconti che sono conservati nella sua omogenea grandezza. Il nostro movimento non deve diventare il difensore delle altre popolazioni ma ideale del popolo tedesco. Al contrario, risulterebbe inutile e non sarebbe in grado di protestare per quello che fu: in quanto farebbe gli errori fatti in passato. L' antica politica tedesca fu fatta su basi dinastiche sbagliate; l'attuale non deve agire verso una sentimentalità cosmopolita. Noi non ci consideriamo i diffusori e gli educatori delle popolari misere nazioni: ci consideriamo militi della Germania.
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Ciò detto, il territorio tedesco è annullato in confronto a quello delle soprannominate Potenze mondiali. Non si citi, per negare contraddire, la Gran Bretagna, poiché nella madre terra degli Inglesi in effetti non risulta l'enorme capitale dell'impero britannico, che si avvale circa di un quarto del mondo. In seguito, poniamo come maggiori nazioni gli Stati Uniti d'America, poi l'Unione Sovietica ed infine la Cina. Si tratta di paurosi territori, che comprendono uno spazio 10 volte maggiore di quello tedesco. Aggiungiamo, inoltre, a queste Nazioni, la Francia. Non soltanto per l'aumento, sempre più grande, della sua forza militare dato dal contributo dei negri acquisiti dal suo fantastico impero, ma poiché, sotto il profilo di razza, sta aumentando la gente negra per cui si può dire che sta per sorgere una Nazione di colore sul territorio europeo. La politica coloniale francese attuale non la si può accostare alla politica coloniale passata tedesca. Se l'espansione francese in questa strada proseguisse ancora per 300 anni, si disporrebbero le ultime gocce di sangue francese, in una Nazione mista, afro-europea, che sta nascendo. Un grandioso, solidale territorio coloniale dal Reno al Congo, sfruttato da un popolo inferiore, sviluppatosi lentamente da un continuo intreccio. Questa ragione divide la politica coloniale francese da quella antica, tedesca. La politica coloniale della Germania antecedente, era scarsa, come tutte le cose che intraprendevamo. Non aumentò la superficie di colonizzazione della gente bianca, né cercò (delittuosamente) di irrobustire, con una trasfusione di sangue nero, la forza della Germania. Gli Ascari dell'Africa Orientale Tedesca rimasero un microscopico, vacillante passo su questa strada: in effetti, questi furono utilizzati solamente per difendere la colonia tedesca. Il proposito di portare truppe africane sullo scenario della guerra, prescindendo dalla chiara impotenza nella guerra mondiale, non fu mai considerato come un concetto da attuarsi in momenti propizi, all'opposto, la Francia lo vide sempre come la base della sua politica coloniale. Perciò attualmente si possono rimirare al mondo, una infinità di nazioni che passano la Germania, non solo per il numero dei cittadini, ma ripongono nel loro territorio la più grande colonna del loro stato attuale di potenza politica. L'equivalenza attuale tra popolazione e territorio, guardando la Germania e gli altri Stati mondiali, non si riscontra che all'inizio della nostra storia, 2000 anni or sono. In quel tempo noi, popolazione appena sorta, cademmo su un mondo di grandi nazioni che tramontavano, e aiutammo ad annientare l'ultimo gigante fra tutti, Roma. Odiernamente siamo di fronte a potenti nazioni che stanno crescendo, di fronte alle quali la Germania non può essere nemmeno presa in considerazione. Conviene che ci ricordiamo di questa pesante verità. Bisogna analizzare la Germania, in ragione dello spazio e del popolo, confrontato con le altre nazioni sul trascorrere degli anni passati. Quindi scopriremo che, come ho già affermato, la Germania non si può più considerare una forza mondiale, prescindendo dalla forza militare. Non possiamo paragonarci con le altre forti nazioni mondiali, a causa dell'enorme impostazione data alla politica estera del nostro popolo e dall'assenza di un ben determinato fine tradizionale di politica estera, affiancati all'abbandono di qualunque vigoroso sforzo e istinto di autoconservazione. Se il movimento nazional-socialista ci tiene a seguitare l'ideale impostosi, come beneficio per la popolazione tedesca, bisogna, in seguito alla dolorosa comprensione dell'effettiva posizione di questo popolo nel mondo, che seguiti spietatamente e coscientemente la battaglia contro l'incapacità e l'inesistenza di idoli con i quali la Germania fu di retta per le strade della sua politica estera. Senza tener conto di tradizioni e inibizioni, deve avere la forza di richiamare la popolazione e le sue capacità ad intraprendere quella strada che dall'attuale piccolezza di territorio vitale porterà a possedere il più grande territorio. In questo modo sai vera la Germania dal pericolo di essere distrutta o di essere schiava di altri. Il nostro movimento riuscirà ad abbattere la triste proporzione odierna tra la popolazione tedesca e il suo spazio vitale, guardando alla superficie sia come a una sorgente di vita, sia come ad una colonna per una politica di grandezza. Dovrà anche cercare di annullare la mera proporzione fra la storia antecedente tedesca e l'attuale angosciosa incapacità. Bisogna che comprenda che noi, essendo la più potente umanità terrena, dobbiamo raggiungere un importantissimo ideale, e lo compiremo con tanto più grande ardore quanto più la popolazione tedesca prenderà un punto di vista razzista, e non penserà soltanto ad allevare cani, gatti e cavalli, ma diventerà pietoso del proprio sangue. Ho definito impotente e senza fini la politica estera tedesca sviluppata fino ad ora. Che lo fosse, ce lo dimostrarono i suoi seguenti fallimenti. Se la popolazione tedesca avesse un'intelligenza nulla o fosse vigliacca, le conclusioni delle sue azioni non sarebbero state più negative di quelle che rimiriamo attualmente. I fatti accaduti negli ultimi decenni antecedenti alla guerra non ci devono travisare su questo fatto: poiché non si è in grado di valutare la potenza di una Nazione in sé stessa, ma soltanto eguagliandola ad altre Nazioni. Questa similitudine attesta che la crescita della potenza si realizzò, ai risultati ultimi, in modo più efficiente in altre Nazioni; perciò, all'opposto delle apparenze, la Germania tramontava in rapporto alle altre nazioni, e perdeva sempre più terreno. Sì, non siamo stati pari neppure nella quantità di popolazione. Essendo chiaro che la nostra gente non viene neanche pareggiata in eroismo da nessuno al mondo, e che nessuno ha bagnato la terra col sangue, come il nostro popolo, per la propria sopravvivenza, la sconfitta proviene soltanto dalla erronea organizzazione. Ripercorrendo i fatti politici tedeschi da 1000 anni a oggi, ripensando alle infinite battaglie ed analizzando questi fattori attraverso l'esito ultimo che abbiamo presente, dobbiamo dire da quel mare di sangue sorsero due cause nelle quali siamo in grado di notare i costanti risultati di fatti politici chiaramente creatisi. L'organizzazione e la crescita di popolazione delle terre ad est dell'Elba. Il sistema, posto dagli Hohenzollern, della Nazione brandeburgico-prussiana come specchio e centro di consolidamento di un nuovo Reich. Rimane ciò un'opera che ci farà da maestro per il futuro! Questi due giganteschi trionfi della nostra politica estera restarono i più costanti. Con la mancanza di questi, attualmente la Germania non avrebbe più nessuna ragione di essere. Questi resterà la prima e unica azione tendente a creare un rapporto fra territorio e popolazione. E' incredibile, in effetti, che i letterati della storia tedesca non siano stati in grado di comprendere precisamente questi due aspetti, enormi ed essenziali, per i nostri figli. Costoro all'opposto fecero inni ad altri fatti, lodarono un incredibile eroismo, infinite imprese e battaglie, senza comprendere che la stragrande maggioranza di ciò non era di nessuna utilità per i fini dell'ulteriore ingrandimento della Germania. Il terzo importante trionfo della nostra politica si basa sulla creazione della Nazione Prussiana e sull'ampliamento, con esso legato, di una intelligente idea dello Stato, ed inoltre dell'istinto di autoconservazione e di autodifesa nell'esercito tedesco, istinto modellato in conformità dell'attuale mondo e sviluppato in modo organizzato. Il cambiamento che si è avuto nel pensiero di difesa della propria persona in quello di dover difendere la patria si è avuto grazie allo stato prussiano ed alla sua nuova idea dello Stato. La necessità di questo fatto non sarà mai capita sufficientemente. La popolazione, dilaniata e divisa dalla propria superindividualità, è stata educata, e grazie alla potenza militare della Prussia assimilò alcune cognizioni sul modo di inquadrarsi che aveva perso da tempo. Quello che le altre genti hanno fin dall'inizio nel loro istinto di armento, noi ne salvammo un po', e con artifici, tramite la trasformazione che attua l'educazione militare, per la nostra popolazione. Dieci generazioni tedesche non raddrizzate dalla disciplina militare, abbandonate alle pericolose reazioni delle opposizioni e delle scissioni che portano in sé, sarebbero sufficienti a togliere alla Germania l'ultimo bagliore di vita a questo mondo. Per questo l'abolizione del servizio militare generale è nociva per i tedeschi, la quale abolizione non sarebbe importante per decine di altre popolazioni. L'anima della Germania sarebbe in grado solo con poche persone di trasfondere il suo apporto di civiltà in seno ad altri stati, senza neanche che fosse considerata la loro discendenza. Diventerebbe fertilizzante per il progresso fino alla completa purezza del sangue nordico ariano. E' essenziale il fatto che il valore di codesti effettivi trionfi politici, avuti dal popolo tedesco nelle sue millenarie battaglie è valutato e giudicato dai nostri nemici in modo migliore del nostro. Attualmente noi parliamo di un eroismo che strappò alla Germania milioni di più grandi donatori del loro nobile sangue ma che, nell'ultima analisi si nota, assai poco prolifera. Ha più grande significato per il nostro comportamento attuale e futuro la separazione tra le vere vittorie politiche della Germania il sangue che essa ha versato per risultati inutili. Noi nazional-socialisti non dobbiamo ripetere, nell'attuale mondo borghese, questo misero patriottismo. Esiste un trabocchetto mortale nel pensare all'ultima azione prima della guerra come il più impegnato per noi anche se in piccolissime quantità. Dall'arco di tempo storico del secolo XIX non giungerà a noi nessun obbligo.
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