mercoledì 5 ottobre 2011

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La prima grande riunione del 24 febbraio 1920 nel Salone della Birreria di Corte non aveva ancora spento i suoi echi e già iniziava la preparazione della seguente. Mentre prima sembrava rischioso il tenere, in una città come Monaco mensilmente o ogni quindici giorni una piccola riunione, adesso doveva aver luogo settimanalmente una vasta adunanza di masse. Noi eravamo presi dal terrore: parteciperebbe gente? Ci ascolterebbe? lo personalmente avevo già a quel tempo la ferrea sicurezza che le persone, una volta venute, si sarebbero fermate e avrebbero sentito il discorso. Allora, il Salone della Birreria di Corte a Monaco, per noi nazional-socialisti, acquistò un valore quasi sacro. Ogni settimana una riunione, quasi sempre in quel luogo e ogni volta la sala era più piena e il pubblico più interessato. Cominciando dalla responsabilità della guerra, a cui allora nessuno pensava, e passando per i trattati di pace, si parlò di tutto ciò che era necessario ad esaltare gli animi e a propagandare le idee. Grande e speciale attenzione fu data ai trattati di pace. Molte cose profetò allora il nuovo movimento alle grandi masse e quasi sempre ha colto il segno. Attualmente non è difficile parlare o scrivere di tali argomenti. Ma a quel tempo una pubblica assemblea di masse in cui c'erano non piccoli borghesi, ma proletari agitati, e dove si parlava sul tema: «il trattato di pace di Versailles» aveva il significato di un attacco alla Repubblica e un carattere di mentalità reazionaria anche se non monarchica. Già alle prime parole che erano una critica della pace di Versailles, si poteva essere certi di sentirsi contestare con il convenzionale grido: «E Brest-Litowsk?». E la moltitudine si metteva a far chiasso, finché non aveva più voce e chi parlava rinunciava al tentativo di convincere. Si sarebbe voluto sbattere il capo contro il muro, per disperazione di un tale popolo! Esso non voleva sentire né comprendere che Versailles era uno scandalo e un insuccesso umiliante, che quel trattato era un inconcepibile ladrocinio del nostro popolo. L'opera disgregatrice del marxismo e la propaganda avvelenatrice degli avversari aveva levato il senno a quelli. E non si aveva neanche il diritto di lamentarsi. Perché quanto era immane la colpa dell'altra parte! Cosa aveva fatto la borghesia per mettere fine a quella terribile corrosione, per combatterla, specificando meglio le cose, facilitare la strada alla verità? Nulla, nulla. Allora io non li ho mai visti, i grandi apostoli attuali della nazione. Forse discutevano in piccoli gruppi, nelle sale da tè, o nei circoli con quelli che avevano le stesse idee, ma lì dove avrebbero dovuto essere, fra i lupi, non si arrischiavano mai: a meno che trovassero motivo di urlare coi lupi. lo però notavo allora chiaramente che per il piccolo gruppo di cui in principio si formò il movimento doveva essere controllato e chiarito il problema della colpa della guerra per stabilirne la verità storica. Il fatto che il nostro movimento permettesse alla moltitudine di conoscere il trattato di pace, era una premessa al futuro buon esito del movimento. Allora le masse riconoscevano ancora in quella pace una vittoria della democrazia, quindi ci fu bisogno di combattere questa convinzione e inserirsi nelle menti delle persone come avversario di quel trattato, in modo che in seguito, quando la cruda verità ne dimostrasse tutta l'odiosità, la memoria della posizione da noi presa ci conquistasse la fiducia del popolo. Già allora nei problemi importanti in cui la mentalità generale percorreva una strada sbagliata, io, senza preoccuparmi della popolarità, dell'odio, dell'avversione, mi misi contro quella. Il partito nazional-socialista non doveva essere l'usciere ma il Signore dell'opinione pubblica! Non schiavo ma padrone della moltitudine! Com'è normale, per un movimento ancora fragile esiste il desiderio di comportarsi come si comporta il nemico che è più forte e che è stato capace con la sua forza di persuasione di spingere il popolo a decisioni pazze, o ad un comportamento sbagliato. Questo desiderio è forte specialmente quando è dettato da particolari motivi sia pure errati, nell'utilità del giovane movimento. L'indolenza degli uomini cerca allora con tanto zelo tali motivi, e spesso ne trova qualcuno e crede che ci sarebbe un po' di ragione per partecipare anche dal proprio modo di vedere al crimine commesso dal nemico. In alcuni casi a me fu necessaria una forza suprema per non permettere che la nave del nostro movimento, seguisse la corrente fatta ad arte, la corrente generale. L'ultima volta, quando la nostra dannata stampa, alla quale non interessa affatto la nazione, riuscì a dare al problema dell'Alto Adige un valore che doveva essere fatale al popolo tedesco, privi di partiti e di padroni, molte persone riflettenti associazioni cosiddette nazionali, solo per paura dell'opinione pubblica, incitata dagli ebrei, si associarono al chiasso generale e stupidamente cooperarono a facilitare la lotta contro un movimento di cose che proprio a noi tedeschi deve sembrare, nella condizione attuale, come il solo raggio di luce in un mondo che tramonta. Mentre il mondo ebraico internazionale ci disgrega a poco a poco ma sicuramente, i nostri cosiddetti patrioti gridano contro un individuo e contro un movimento che ebbero il coraggio, almeno in un posto sulla terra, di sottrarsi alla tenaglia ebraico-massonica e mettere contro una resistenza nazionalistica all'inquinamento internazionale del mondo. Ma era troppo affascinante, per caratteri fragili, girare la vela a seconda del vento e arrendersi di fronte alle grida della mentalità generale. Perché fu in pratica una resa! Forse la malvagità umana, l'abitudine a mentire non lo ammetteranno, forse alcuni lo negheranno anche di fronte a se stessi: ma sicuro è questo, che solo la viltà, il timore del popolo incitato dagli ebrei portò certe persone ad unirsi a quelli che urlavano. Tutte le altre ragioni riportate non sono altro che compassionevoli scuse di piccoli peccatori consci del loro sbaglio. Ci fu bisogno allora di raddrizzare con un colpo energico il movimento, per non permettere a questo orientamento di distruggerlo. Certamente, non si acquista una buona fama col tentare un tale raddrizzamento nel momento in cui l'opinione generale, incitata da tutti i capi, avvampa come una grossa fiamma in un solo verso: spesso si corre il rischio di perire. Ma nella Storia, non poche persone furono, in occasioni simili, lapidati per un gesto di cui i posteri li ringraziarono in ginocchio. Ma un movimento deve pensare ai posteri, non al successo presente. E' possibile che in momenti come questo ognuno passi ore di disperazione, ma costui non deve scordare che dopo viene la liberazione e che un movimento che vuole rinnovare il mondo deve servire non al momento che passa ma all'avvenire. A questo proposito si può notare che in genere i più grandi e più durevoli successi della Storia sono quelli che al principio non furono compresi, perché erano opposti alla mentalità comune, con i punti di vista e i desideri di questa. Ciò provammo già allora, nei primi tempi della nostra apparizione. In realtà non abbiamo cercato il plauso della moltitudine, ma abbiamo combattuto, in ogni luogo, la pazzia del nostro popolo. Quasi sempre in quel periodo succedeva questo: io mi presentavo a un'adunanza di uomini che credevano al contrario di ciò che io desideravo dire, che desideravano il contrario di ciò che io credevo. Allora per tre o quattro ore cercavo di far mutare idea a due o tre mila uomini, distruggevo a colpo a colpo le basi delle loro opinioni e infine li dirigevo nel campo della nostra convinzione, della nostra idea. Allora appresi in poco tempo un fatto fondamentale, cioè togliere subito dalle mani dell'avversario le armi della obiezione. Ci si accorse presto che i nostri nemici, particolarmente nella persona dei loro oratori che guidavano la disputa usavano un «repertorio» stabilito. con cui combattevano le nostre affermazioni con alcune repliche sempre pronte. La compattezza di questa maniera di discutere era data dal fatto che quelli avevano avuto una educazione compatta e conscia della sua meta. Ed era realmente così. Potemmo qui accorgerci della impensabile disciplina della propaganda dei nostri nemici, attualmente sono ancora orgoglioso di aver trovato il modo di rendere inefficace tale propaganda e di vincere con essa quelli che la facevano. Solo due anni dopo io conoscevo completamente quella arte. Fondamentale era chiarire prima di cominciare e per ogni discorso, sul momento supposto e sulla caratteristica delle obiezioni che ci si potevano aspettare nella disputa, per parlarne e combatterle già nel mio primo discorso. A tale scopo era necessario citare già tutte le eventuali repliche e dimostrarne l'infondatezza; così l'ascoltatore di buona fede (anche se già pieno delle repliche che gli erano state insegnate) era facilmente reso disponibile, grazie all'anticipata esclusione delle opinioni inculcate nella sua mente. L'argomento insegnatogli restava confutato da sé ed egli diventava sempre più attento al mio discorso. Per questi motivi, io già dopo il mio primo discorso sul «Trattato di Versailles», che ancora come istruttore avevo tenuto davanti all'esercito, cambiai titolo e argomento e trattai di «Trattati di Brest-Litowsk e di Versailles». Poiché fin dal principio, fin dalle dispute che tennero dietro a quel mio primo discorso, potei notare che gli uomini in realtà erano completamente all'oscuro del trattato di Brest-Litowsk, mentre l'astuta propaganda dei partiti era riuscita a presentare come uno dei più vergognosi atti di aggressione del mondo. E' dovuto alla testardaggine con, cui fu sempre riportata alla moltitudine questa bugia, il fatto che milioni di tedeschi abbiano riconosciuto nel trattato di Versailles come la giusta punizione del crimine da noi commesso a Brest-Litowsk e, colmi di sdegno, abbiano, giudicata ingiusta ogni lotta contro Versailles. E questo fu, anche il motivo per cui poté avere il diritto di circolare in Germania, il termine tanto spudorato quanto mostruoso di «riparazione». Questa bugia, questa falsità, sembrò a milioni di nostri eccitati concittadini, il compimento di un'elevata giustizia. E' mostruoso, ma fu così. Lo documenta il buon esito della propaganda da me cominciata contro il trattato di Versailles, alla quale premisi un chiarimento del trattato di Brest-Litowsk. Paragonai fra loro i due trattati di pace, riga per riga, dimostrai che l'uno era di una immensa umanità a confronto dell'immane ferocia dell'altro: il risultato fu miracoloso. Trattai allora quest'argomento in un'adunanza di duemila persone, al cospetto, talvolta di mille e ottocento ascoltatori contrari. E tre ore dopo avevo davanti a me una moltitudine piena di sacro furore e indignazione. Una grande bugia

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