mercoledì 5 ottobre 2011
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Quanto più illogiche sono le condizioni di uno Stato, tanto più astruse, artefatte, inspiegabili sono le definizioni del fine a cui mira. Che poteva scrivere ad esempio un imperiale regio professore sul significato e sul fine di uno Stato in un paese la cui organizzazione statale rappresenta il più grande fallimento del ventesimo secolo? Compito questo di grande responsabilità se si pensa che per il professore di diritto pubblico di oggi prevale il raggiungimento di un fine determinato sul dovere alla verità. Già nel 1920-21 i circoli dell'ormai superata società borghese, rimproveravano alla nostra politica di porsi contro allo Stato di oggi. E perciò i partiti politici di tutti gli orientamenti si sentivano in diritto di combattere e perseguire questo scomodo annunciatore di una nuova idea. Si tralasciò, intenzionalmente che oggi la stessa società borghese non esiste e non può essere data una spiegazione unitaria di questa idea. Frequentemente, gli interpreti sono nelle nostre università in carica di professori di diritto pubblico, la cui mansione più importante è quella di chiarire e spiegare la più o meno facile esistenza dello Stato che dà loro il nutrimento. E il fine è questo: serbare con ogni mezzo quella mostruosa organizzazione umana che è lo Stato. Stabilito ciò, non bisogna meravigliarsi se per risolvere questo problema si evita la realtà dei fatti per tuffarsi in una mescolanza di valori ideali, di compiti, di scopi «etici» e «morali». In linea di massima si possono segnalare tre gruppi: Il gruppo di quelli che vedono nello Stato solamente un associazione di uomini più o meno spontanea sotto un sovrano potere di impero. Questo è il gruppo formato dai più. In esso si trovano, specialmente, quelli che hanno il culto del diffuso principio di legittimità, per loro la volontà dell'individuo non ha alcun significato in questo ordinamento. Essi fondano il diritto all'inviolabilità di uno Stato solo sul fatto che esso esiste. Per accettare questo delirio delle menti umane bisogna avere un'adorazione animalesca dell'autorità statale. Nel cervello di queste persone il mezzo si trasforma in fine. Lo Stato non è più al servizio degli uomini, ma sono gli uomini che vivono per adorare l'autorità statale che racchiude anche l'ultimo dei funzionari. Finché questo silenzioso, armonico culto non si trasformi in preoccupazione, in disordini, l'autorità dello Stato c'è solamente per conservare l'ordine e la calma; anch'essa non è più un mezzo, ma un fine. L’autorità statale deve vigilare per mantenere l'ordine e la calma, l'ordine e la calma devono cooperare per l'esistenza dello Stato. Tutta la vita deve agire entro questi due poli. In Baviera, queste idee sono molto diffuse e sono rappresentate dagli artisti politici del Centro bavarese, detto: «partito populista bavarese»; in Austria dai legittimisti gialloneri, e nel Reich gli elementi conservatori hanno questa concezione dello Stato. Il secondo gruppo è molto più esiguo: fa parte di esso una categoria di persone che collega alcune limitazioni all'esistenza di uno Stato. Che richiede non solo lo stesso Governo, ma possibilmente, la stessa lingua, sia pure soltanto riguardo una generale tecnica amministrativa. L'autorità non è più il solo ed unico scopo dello Stato: ad esso si unisce quello di operare per il bene dei sudditi. Nell'idea dello Stato, caratteristica di questo gruppo, s'introducono lentamente l'idea di libertà, nella maggior parte dei casi una libertà mal compresa. L'organizzazione statale non sembra più intoccabile per il fatto che esiste; ma viene studiata per accertarne la vantaggiosità. La santità della tradizione non salva dalla critica del presente. Del resto, quest'idea pretende, innanzitutto, dallo Stato un buon ordinamento economico, perciò esamina i fatti partendo da un punto di vista realistico, secondo basi generali, vaghe, fondate sulla produttività. I maggiori rappresentanti di queste concezioni si trovano nella comune borghesia tedesca, soprattutto nei gruppi della nostra democrazia liberale. Il terzo gruppo è ancora più esiguo. Esso vede nello Stato un mezzo per attuare le tendenze di potenza politica, per lo più un po' vaghe, di un popolo compatto e ben caratterizzato da una propria lingua. In questo caso, il desiderio di una sola lingua statale è giustificato non solo nella speranza di creare a questo Stato un fondamento per aumentare la sua potenza all'estero, ma anche dall'opinione (errata) di riuscire con ciò a nazionalizzare lo Stato in una direzione stabilita. Negli ultimi cento anni fu una profonda pena il dover constatare come questi circoli si divertissero, talvolta convinti di essere nel giusto, con il termine «germanizzare». lo stesso ricordo che, quand'ero giovane, questa parola portava a convinzioni fondamentalmente sbagliate. Anche negli ambienti del pangermanesimo, si poteva udire che, il germanismo d'Austria poteva riuscire benissimo a germanizzare i paesi slavi austriaci. Questi non comprendevano che si può solamente germanizzare una terra, mai gli uomini. Ciò che si voleva esprimere a quei tempi con questo termine era soltanto un'imposta, accettazione apparente della lingua tedesca. E' invece sbagliato pensare che, ad esempio, un Cinese o un Negro diventi tedesco solo perché impara il Tedesco ed è pronto, per il futuro, ad usare la lingua tedesca, e a dare il suo voto ad un partito politico tedesco. La nostra società borghese non ha mai compreso che una tale germanizzazione è, nei fatti, una degermanizzazione. Poiché se, coll'ingiunzione di usare un linguaggio comune, alcune differenze, finora evidenti, fra popolo e popolo vengono superate e infine scompaiono, ciò significa il principio di un imbastardimento, e in questo caso, non una germanizzazione, ma una distruzione delle componenti essenziali germaniche. Troppo spesso nelle storie succede che un popolo vincitore riesca, con i suoi strumenti di potere, ad ingiungere ai vinti di parlare la sua lingua, e che, dopo secoli la sua lingua sia parlata da un altro popolo e quindi i vincitori si trasformino in vinti. La nazione, o più precisamente, la razza non consiste nella lingua, ma soltanto nel sangue. Perciò si potrà usare il termine «germanizzazione» solo quando si saprà cambiare il sangue dei vinti. Ma questo non è possibile: a meno che con la fusione di ambedue le razze non si ottenga un cambiamento, cioè l'abbassamento del livello della razza superiore. La conseguenza ultima di questo svolgimento dei fatti sarebbe perciò l'annientamento di quei valori che un giorno permisero al popolo conquistatore di vincere. Principalmente le qualità culturali verrebbero distrutte nell'umone con una razza inferiore, anche se il conseguente prodotto misto parlasse mille volte la lingua della razza che prima era superiore. Per qualche tempo ci sarà ancora uno scontro fra differenti spiritualità, ed è possibile che la nazione, ora sull'orlo di un abisso, alla fine dimostri forze culturali eccellenti. Ma queste sono solo le qualità proprie della razza superiore, oppure bastarde, nelle quali, nel primo incrocio predomina ancora il sangue migliore e cerca di emergere, mai però risultati finali di un miscuglio, nei quali ci sarà sempre una corrente culturale retriva. Oggi si deve reputare come una fortuna se la «germanizzazione» dell'Austria di Giuseppe Il non ha avuto buon esito. Forse, se fosse riuscita, lo Stato Austriaco si sarebbe retto, ma la comunione di lingua avrebbe prodotto un abbassamento di livello razziale della nazione tedesca. Col passare dei secoli si sarebbe formato un'istinto di branco, ma il branco avrebbe avuto minor pregio. Probabilmente sarebbe sorta una nazione-Stato ma si sarebbe rovinato un popolo di grande cultura. Per la nazione tedesca è vantaggioso che questo processo di unione non abbia avuto successo, se non grazie ad un pensiero superiore, almeno per la miope grettezza degli Asburgo. Se le cose non fossero andate così, la nazione tedesca non sarebbe oggi tra i creatori della civiltà. Non soltanto in Austria ma anche in Germania i circoli nazionali hanno idee analoghe, completamente errate. La politica dei polacchi, accettata da molti, dal punto di vista di una germanizzazione dell'Oriente si basò, sfortunatamente, su questo ragionamento. Anche in questo caso si pensò di poter «germanizzare» i polacchi con una operazione esclusivamente linguistica. E l'esito fu penoso: si ebbe una popolazione di un'altra razza che manifestava in lingua tedesca opinioni senza rapporto con la mentalità tedesca, e che metteva in pericolo col suo minor pregio la nobiltà e il valore della nostra nazione. Tremenda è pure la rovina che subi, indirettamente, il germanesirno perché gli ebrei che parlavano tedesco in America furono confusi per tedeschi dagli americani che non conoscevano le nostre cose. Ma nessuno penserà di controllare la nazionalità e la provenienza tedesca di questi sporchi immigrati, visto che si esprimono in tedesco. Nella storia fu vantaggiosamente germanizzata la terra, ottenuta con la lotta dai nostri avi e colonizzata con contadini tedeschi. Quando fecero penetrare nel corpo della nostra nazione sangue straniero, contribuirono a quell'infelice frazionamento del nostro io, che si palesa nel super individualismo tedesco, sfortunatamente e sovente oggi magnificato. Anche per gli appartenenti a questo terzo gruppo lo Stato è, in un certo senso, fine a se stesso; custodire lo Stato è il fine ultimo della vita umana. Per finire, si può decretare che queste idee non hanno radicata la convinzione che le forze che erano la civiltà e i valori si fondano principalmente su basi razziali e perciò che lo Stato deve ritenere suo compito essenziale la conservazione e l'elevazione della razza, premessa di ogni evoluzione della civiltà umana. Perciò l'ebreo Carlo Marx poté trarre la conclusione ultima di questi errati concetti stilla sostanza e il fine d'uno Stato: la società borghese, tralasciando la concezione politica della discriminazione razziale, senza poter trovare un'altra espressione da tutti approvata, facilitò la strada ad una idea negante lo Stato in sé. Già per questo argomento la lotta della società borghese contro l'internazionale marxista è ineluttabilmente in via di fallimento. La società borghese ha da molto tempo perso le basi necessarie a sostenere le sue idee. Il suo furbo nemico ha capito la fragilità della sua costruzione ed ora la combatte con le armi che esso stesso inconsapevolmente gli ha dato. Perciò, il compito principale di un nuovo movimento fondato sull'idea razzista del mondo è quello di operare in modo che la comprensione dell'essenza e del fine della vita dello Stato sia evidente e unitaria. Si deve prima di tutto capìre, questo, che lo Stato non rappresenta un fine, ma un mezzo. Esso è la condizione preliminare per creare una superiore civiltà umana, non è il motivo per cui ciò avviene. Il motivo si trova soltanto nella presenza di una razza adatta alla civiltà. Anche se ci fossero sulla terra centinaia di Stati-modello, se tramontasse Ario portatore di civiltà, non sopravviverebbe nessuna civiltà equivalente alla grandezza spirituale dei popoli oggi esistenti.
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