mercoledì 5 ottobre 2011

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“provocazione contro il proletariato” e rivendicavano solo al marxismo la facoltà di fare manifestazioni e propaganda. Eravamo giunti già alle 7 di sera ma la gente che aveva preso posto nel Circo era ancora poca. Mi avvisavano ogni dieci minuti con un telegramma e io ero visibilmente agitato, perché in genere verso le sette i locali erano quasi pieni. Ma io non tenevo presenti le dimensioni gigantesche del Circo in cui mille persone non si notavano quasi, mentre nel salone della Birreria di Corte facevano un certo effetto. Un po' più tardi però mi giunse una lieta notizia: ad un quarto alle otto il Circo era per tre quarti colmo e davanti alla cassa v'erano lunghe file di persone. dopo questa notizia uscii e giunsi al Circo che mancavano due minuti alle otto. Li v'era ancora molta gente in cui si mischiavano curiosi e avversari che attendevano fuori l'esito degli avvenimenti. Mi si aprì il cuore di felicità allorché vidi il grande locale e fu la stessa emozione che provai nella prima riunione nel salone della birreria di Corte di Monaco. Ma in realtà solo dopo essere giunto nel palco rialzato mi accorsi della piena riuscita della manifestazione. Tutto il locale era pieno di gente perfino dove si ammaestrano i cavalli. Erano state consegnate 5600 tessere e se si contavano anche i disoccupati, gli studenti poveri e le truppe dell'ordine, si giungeva a 6500 persone. Il discorso era “Avvenire o tramonto” e io impazzivo di felicità sapendo che proprio davanti a me c'era l'avvenire. Fu un discorso di due ore e mezza e quasi subito fui certo del sicuro esito della riunione. Agli applausi spontanei che interrompevano il discorso dopo la prima ora si era sostituito un'ora dopo un silenzio solenne, quasi una mistica partecipazione che in seguito si ripeté tante altre volte, che nessuno dei presenti potrà dimenticare. Verso la fine si sentiva solo il respiro della folla e infine dopo la mia ultima parola l'enorme locale parve scoppiare per il fantastico entusiasmo che ebbe il suo culmine nell'inno “DeutschIand über Alles”. Fermo al mio posto attesi che la folla lasciasse il locale, cosa che fece, a causa del grande numero, in quasi venti minuti, dopo di che io tornai a casa. Vi furono anche delle fotografie della riunione avvenuta nel Circo Krone e furono una grande testimonianza del successo ottenuto, mentre i giornali borghesi nei loro commenti, omettendo coloro che l'avevano organizzata, dissero che era stata una manifestazione nazionale. Ormai eravamo un'unità ben distinta e non potevano più ignorarci. Così per far notare il nostro reale successo feci una seconda riunione nello stesso circo la settimana seguente e la cosa si ripeté. E ancora una terza la settimana dopo e il circo fu ancora ricolmo di presenti. Visto il buon avvio dell'anno 1921 intensificai a Monaco i comizi. Ogni 2 volte la settimana tenevo riunioni generali nella metà dell'estate e nell'autunno anche tre. Il Circo era il luogo di riunione e ogni sera era un successo, tanto che si ebbe un enorme incremento di partigiani e di membri del partito. Logicamente i nostri avversari erano in grande preoccupazione. Erano incerti se combattere con la violenza oppure passarci sotto silenzio, ma nessuna delle due era una buona politica. Risolsero infine di mettere fine alla nostra attività comiziale, con la scusa di un attentato, avvenuto in condizioni molto misteriose, contro un deputato della destra chiamato Erardo Auer. Si diceva che avessero sparato, contro costui; in realtà, si diceva che c'era stato solo il tentativo, in quanto la presenza di spirito e il coraggio dei capi social-democratici avevano mandato a rotoli l'insidia dei falsi attentatori. Logicamente il partito social-democratico di Monaco se ne servi per montare contro di noi la folla, in modo da reprimere in tempo il nostro movimento con i pugni dei proletari. Intervento proletario che non tardò a giungere. Giunse proprio nella riunione tenuta nel salone della Birreria di Corte a Monaco. Tra le 6 e le 7 di sera del 4 novembre 1921 ebbi precise informazioni che la riunione doveva fallire e che per tale scopo gli avversari avrebbero mandato, forse, operai di fabbriche rosse. Questa notizia non l'avemmo in tempo, in quanto proprio quel giorno ci eravamo trasferiti dall'ufficio nella Sterneckergasse di Monaco in un altro. Purtroppo sia nell'uno che nell'altro mancava il telefono, nel primo perché era stato staccato e nel secondo perché doveva essere fatto ancora l'impianto per cui andarono a vuoto i tentativi di avvisarci telefonicamente del tentativo di sabotaggio. Così le truppe d'ordine per la difesa erano molto esigue, praticamente v'era una sola truppa di 46 uomini e in più non funzionava l'allarme per far affluire rinforzi nel giro di un'ora. E a fare corona a tutto questo v'era una specie d'incredulità da parte nostra a causa dei numerosi falsi allarmi tanto che ogni volta vedevamo riconfermato il detto “le rivoluzioni annunziate non scoppiano”. Per tutto questo, forse, non furono prese quelle misure di sicurezza atte a difenderci da qualsiasi assalto. Inoltre c'era la convinzione che il salone della Birreria di Corte a Monaco fosse un ottimo luogo di difesa al contrario del Circo, opinione che però doveva essere cambiata. Più tardi ci ingegnammo, con metodo più razionale e scientifico, intorno a questi problemi e ottenemmo dei brillanti risultati che ebbero un grande valore per l'organizzazione e la tattica delle nostre squadre d'assalto. Giunto alle 7 e tre quarti nell'atrio della Birreria capii subito le intenzioni dei rossi. La sala era piena di gente e l'accesso era vietato alla polizia. Feci chiudere le porte della sala e chiamata la squadra di protezione formata da 46 uomini parlai loro dicendo che dovevano dimostrare tutta la loro fedeltà non lasciando la sala per nessuna ragione e di contrastare ogni tentativo di disturbo tempestivamente, perché la miglior difesa è l'attacco, inoltre aggiunsi che qualsiasi cosa fosse successo, io sarei rimasto nella sala e che se ci fosse stato qualche vile io per primo gli avrei strappato bracciale e distintivo. La risposta "Heil" fu ripetuta per tre volte mentre ai miei orecchi acquistava un suono più duro e più risoluto del solito. Infine entrai nel locale e mi apparve chiara la situazione. Era pieno di avversari che parevano incenerirmi con i loro sguardi, che erano ora pieni di odio, ora di stizza e di rabbia mentre altri lanciavano grida e frasi significative, come che fosse giunta l'ora di “farla finita” con noi, e che dovevamo badare alla nostra vita o la nostra bocca sarebbe stata chiusa per sempre, ed altre di questo tipo. Tuttavia si apri il comizio e io incominciai a parlare, come al solito, posto da uno dei lati più lunghi, sopra un tavolo di birra che mi faceva da palco. Mi trovavo in mezzo ai miei avversari e ciò contribuì a creare nel locale uno stato d'animo che non avrei trovato in nessun altro posto. Davanti e alla mia sinistra c'erano solo i miei avversari; giovani e uomini robusti appartenenti soprattutto alle fabbriche Maffei, di Kustermann, alle officine Isara, etc. Si erano ammassati intorno al mio tavolo e bevevano birra riunendo i boccali sotto il tavolo per usarli più tardi, mentre dentro di me ero sempre più certo di come sarebbero andate a finire le cose. Il mio discorso durò, pur fra molte interruzioni, un'ora e mezza, tanto che mi sentivo quasi di tenerli in pugno. Anche i capi degli avversari sembravano consapevoli di questo fatto che non rientrava nei loro piani e lo manifestarono diventando sempre più nervosi e agitati. Purtroppo un piccolo errore psicologico nel rispondere ad un'ennesima interruzione, errore che riconobbi subito, diede il segnale d'attacco. Ancora due interruzioni violente e poi al grido di “Libertà” da parte di un uomo salito su una sedia i campioni della libertà si scatenarono. In pochi attimi la sala fu piena di una folla esagitata, sulla quale volavano i boccali, mentre si udiva il rumore degli stessi che s'infrangevano e lo scricchiolio delle sedie rotte e le urla e le strida. Era una scena inimmaginabile, mentre io fermo al mio posto seguivo le vicende dei miei uomini che generosamente si prodigavano nel loro dovere. Sarebbe stato divertente vedere una riunione borghese in una uguale situazione! La lotta era appena iniziata e già le mie truppe d'assalto (questo era il loro nome da quel giorno) attaccavano gli avversari. Come lupi, in gruppi di 8 o 10 si gettavano sugli oppositori e via via li buttavano fuori dalla sala. Dopo solo 5 minuti tutti grondavano sangue e proprio li io scoprii molti amici: primo fra tutti il generoso Maurice, il mio segretario privato Hess e molti altri che pur feriti in modo grave, ritornavano ad attaccare fino all'esaurimento delle forze. Quella scena violenta durò 20 minuti infine gli oppositori che erano in numero di 700-800 si ritrovarono, scacciati, a rotolare per le scale per merito di meno di 50 uomini. Soltanto nella sinistra v'era un estremo tentativo. Allora dall'ingresso si sparò per due volte verso il palco e anche in altre direzioni. Il cuore pareva scoppiarmi di gioia nel vedere rinnovarsi episodi di guerra. Dopo questo non si poteva più capire chi sparasse ancora: potei solo notare come il furore dei miei uomini aumentasse sempre più e che ormai anche l'ultima resistenza veniva annullata e messa a tacere. Erano passati 25 minuti e la sala, prima luogo di battaglia, sembrava come essere stata devastata da una bomba. Noi avevamo vinto anche questa battaglia sebbene molti dei miei uomini furono fasciati ed altri addirittura portati via a braccia. Il direttore della riunione, cioè Herman Esser, disse: “Il comizio continua. Il relatore ha la parola”. Ed io continuai il mio discorso. Dopo aver sciolto la riunione vedemmo precipitarsi, affannato, un tenente di polizia che gridò, gesticolando con le braccia “ La riunione è sciolta ”. Risi, senza volerlo, di quel ritardatario: una cosa propria della polizia! Quanto più queste persone sono piccole, tanto più tendono ad apparire grandi. Quella sera arricchì molto la nostra esperienza, ma anche i nostri avversari impararono molte cose. Da quel giorno fino all'autunno del 1923 il giornale “Münnehner Post” non fece più previsioni intorno a eventuali pugni del proletariato.

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