mercoledì 5 ottobre 2011
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e uno stato nazionale ancora giovane dovrebbero ben altre possibilità per una guerra in Europa che i cadaveri in decomposizione delle nazioni con le quali la Germania si coalizzò nell'ultimo conflitto. Logicamente grandi ostacoli si oppongono a questo nostro fine. Ma fu forse più facile l'attuazione dell'intesa? Quello che fu possibile a Edoardo VII in parte contro interessi logici deve essere possibile anche per noi se l'affermazione della necessità, riesce a primeggiare superando ogni altra passione opposta. Questo avverrà quando mossi dal bisogno, riusciremo a cambiare l'errata politica estera degli ultimi tempi, vuota e senza fondamento, e ne sarà posta un altra che abbia un fondamento e un giusto scopo. Il fine della nostra politica estera non dovrà tendere ad ovest o ad est ma ad una politica mirante l'acquisizione di nuovi territori. Bisogna però essere potenti, mentre attualmente stiamo soccombendo sotto le spire della nostra acerrima nemica: la Francia. Perciò dobbiamo sottostare a qualunque privazione che porti alla disintegrazione della fatica francese di primeggiare in Europa. Attualmente ci sono alleate tutte le Nazioni che pensino, al nostro pari, che l'idea francese sia inammissibile. Nessuna strada per raggiungere codeste Nazioni ci deve apparire molto difficile e nessuna privazione molto pesante, se ci porge, come ricompensa ultima, la maniera di distruggere il maggiore nostro nemico. Naturalmente, attualmente ci poniamo in condizioni di dover subire i terribili attacchi dei fautori interni di una politica anti-tedesca. Ma i nazional-socialisti non perderanno di vista, a causa di ciò, il fine ultimo: il convincimento del popolo di ciò che è utile. Il tempo guarirà i nostri più piccoli guai, noi dovremo rimarginare e togliere il male peggiore. Navigheremo nel verso contrario all'opinione pubblica, drogata dalla astuzia ebraica nel servirsi della tranquillità del popolo tedesco. Molte volte l'opinione pubblica ci si oppone e ci combatte; ma lottando contro essa ci faremo notare di più di coloro che lottano al fianco di queste. Attualmente noi siamo una pietra; in poco tempo potremo diventare, se il fato lo vuole, una montagna contro cui l'opinione pubblica cozzerà e imporrà a cambiare la sua idea. Abbiamo bisogno che, davanti agli Stati mondiali, il nostro movimento appaia come il fautore di un preciso programma politico. Qualunque destino il fato ci nasconda, noi dobbiamo apparire già da vicino. Allorché avremmo esposto il grande ideale che deve muovere la nostra azione nella politica estera, ci giungerà da questa dichiarazione, la potenza di reggere con fermezza il bombardamento intenso della stampa nemica: quel bombardamento che, alcune volte, fa in modo di spaventare l'oppositore e che per non farsi tutti nemici, si lasci sfuggire un compromesso in uno o in un altro terreno e si schieri con i suoi nemici. Dopo la pace del novembre 1918 iniziò una politica che secondo le comuni concezioni, doveva condurci lentamente e completamente alla schiavitù. Infatti da altri esempi che possiamo riscontrare nella storia notiamo che quando un popolo che senza gravi minacce depone le armi in seguito preferisce sopportare i disagi e le angherie più terribili piuttosto che cercare di ristabilire la loro sorte riprendendo nuovamente la guerra. E' questo logicamente spiegabile. Un abile vincitore imporrà sempre la sua volontà sul vinto. Con una Nazione priva di personalità (e così è quella che cede le armi di propria volontà) può essere certo che essa non riscontri più in nessuna angheria a cui è soggetta una valida causa per riprendere le anni ma quanti più soprusi essa subisce tanto più ritiene insensata opporsi ad un nuovo. Dopo aver già sopportato senza dir nulla tanti altri mali. Al contrario la perdita della libertà dopo una guerra sanguinosa e nello stesso tempo gloriosa dà la sicurezza della resurrezione del paese ed è il punto principale su cui ci si baserà per un nuovo ritorno». Cartagine è il miglior esempio della autodistruzione di un popolo. Per questo anche Clausewitz nelle sue tre confessioni cita questo concetto e lo fissa in eterno: «La vile colpa di un'assoggettamento non si può mai dimenticare, come una nemesi storica impatta nei figli e annulla qualsiasi successivo spirito velleitario». Certamente uno Stato diventa privo di glorie e di personalità qualora non badi a questo insegnamento. Chi lo tiene presente non tenterà mai tanto in basso: solo chi se lo scorda o non se ne interessa più cede. Basandosi sulla umana esperienza si nota che mai i protagonisti di una così vile azione si comportino ad un tratto in una altra maniera; saranno invece proprio questi che non vorranno saperne di simili concetti. Alla fine o il Paese si sarà assuefatto a vivere in schiavitù oppure una rivoluzione porterà al governo uomini che si comporteranno in maniera più onorevole. Nel primo caso i governanti si troveranno a loro agio in quanto spesso il vincitore furbo affida loro l'incarico di badare agli schiavi ed essi si comporteranno più spietatamente di quanto potrebbe fare un dispotico straniero eletto dallo stesso nemico. Gli avvenimenti successivi al 1918 fanno vedere che in Germania la speranza di conquistarsi il favore del nemico con volontario assoggettamento determina, tristemente, l'azione del popolo e le mire politiche. Dalla fine della guerra il nostro destino, in maniera ormai chiara, è in mano agli Ebrei, per questo non si può dire che soltanto la mancanza di senno sia la causa delle nostre disgrazie: anzi si deve pensare ad una cosciente intenzione di portare alle estreme sventure il nostro popolo. Se prendiamo questa realtà come punto di riferimento la pazzia del nostro atteggiamento politico verso le nazioni straniere è solo apparente in quanto si rivela come un freddo e studiato calcolo al servizio dell'ideale ebraico teso alla conquista del mondo. Lo sforzo di ridonare alla Prussia dopo il suo crollo totale di una nuova linfa vitale e combattiva, svolto dal 1806 al 1813, appare per quanto sopra esposto oggi, del tutto annullato, anzi ha portato il nostro Stato in una situazione ancora più debole. Nel 1925 fu sottoscritto il patto di Locarno! Gli avvenimenti avvennero nella maniera esposta. Una volta che l'avvilente armistizio fu sottoscritto, il popolo non trovò né l'energia né il coraggio per resistere, con improvviso moto, alle sempre maggiori e continue richieste di misure oppressive da parte delle nazioni avversarie. Né gli avversari, per la loro furbizia, non pretendevano il tutto in una sola richiesta. A secondo del loro parere e dei nostri dirigenti tedeschi e nella maniera che era nel momento sopportabile opprimevano con i loro ricatti, senza tema di un'improvvisa esplosione nell'animo della folla. La resistenza ad ogni nuovo ricatto veniva così annullata in quanto ogni qualvolta si sottoscrivevano nuovi patti imposti, ne scaturiva la giustificazione di non opporsi ad un nuovo sopruso dopo che già se ne avevano tollerati anteriormente tanti altri. Clausewitz definisce questa maniera di governo «gocce di veleno». Essa si può trasformare in una catena e allora un popolo non se ne libera più e continua a vivere da schiavo. Così si susseguirono in Germania bandi che ci resero impotenti e ci legarono le mani, alla sconfitta politica si aggiunse il latrocinio; e infine sorse quella concezione che riconobbe fortunato il patto di Dawes e vittorioso quello di Locarno. Con un giudizio oggettivo si può ritrovare una sola fortuna tra tanto squallore, la fortuna che non si può corrompere il Signore, anche se si possono corrompere gli uomini. Il Signore non ci diede la sua benedizione: da quel momento sciagure e affanni furono le inseparabili amiche del nostro popolo, mentre l'unica costante alleata fu la miseria. Anche in questo non ci sono state scappatoie, il destino ci ha dato quello che abbiamo voluto. Visto che non consideravamo la gloria, esso ci fa desiderare la libertà di un pezzo di pane. Il popolo ora supplica per un pezzo di pane, un giorno si struggerà per ottenere la libertà.
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