mercoledì 5 ottobre 2011

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magnanimi ideali, e trionferà sicuramente se si dedicherà soltanto a questa battaglia. Un classico esempio può dimostrare che la forza di combattere si annulla alla presenza di questioni economiche. La rivoluzione del novembre 1918 non fu appoggiata dai Sindacati, ma si rivoltò contro essi. Mentre la borghesia tedesca non ritiene che si debba lottare politicamente per il miglioramento della Germania, in quanto crede che esso sia dato soltanto dall'opera edificatrice dell'economia. Dobbiamo fare nostre queste esperienze poiché i fatti per noi si svolgerebbero nello stesso modo. Quanto maggiormente il nostro partito farà leva per gettare il maggior numero di forze nella lotta politica, tanto minore sarà il tempo impiegato per giungere al successo. Mentre se noi rivolgiamo le nostre forze su argomenti diversi come i sindacati e la colonizzazione, la nostra causa ne subirà le conseguenze negative. Noi saremo pronti a risolvere gravi e grandi problemi soltanto quando potremo contare sulla forza pubblica per risolverli. Fino a quel momento non potremo realizzarli sia perché bloccherebbero il sistema del movimento, sia perché arrecherebbero un notevole danno alla nostra fermezza di raggiungere obbiettivi su scala mondiale. Poiché accadrebbe che i Sindacati premono sulla politica, mentre gli obbiettivi mondiali devono costringere i Sindacati a interessarsi dei loro problemi. Un concreto miglioramento otterrebbero sia il nostro movimento che la popolazione solo se un movimento nazional- socialista fosse così convinto delle nostre idee da non correre il rischio di seguire le vie marxiste. Poiché è preferibile non creare un Sindacato nazional-socialista il cui compito principale sia quello di competere con i sindacati marxisti. Il nostro Sindacato deve combattere quello marxista principalmente per l'idea e non solo per l'organizzazione. Deve combattere quelle persone che si fanno promulgatori dell'idea e della lotta di classe e offrirsi a questi come il difensore degli interessi professionali del popolo tedesco. Questi argomenti sono contro la creazione di un nostro sindacato; con una sola eccezione, che cioè nascose quella persona capace di risolvere il quesito. Esistevano comunque altre due soluzioni: o di premere sui nostri affiliati affinché si togliessero dai sindacati, o premere affinché restando agissero in modo nocivo a questi sindacati. Generalmente, ho consigliato la seconda soluzione. Specialmente tra il 1922-23 si poté realizzare questa seconda soluzione: i Sindacati durante l'inflazione ebbero un vantaggio economico dall'iscrizione degli affiliati al nostro partito quasi nullo, anche se a quel tempo i nostri membri non erano tanti a causa della giovinezza del movimento. Però subirono gravi guai in quanto le persone nazional-socialiste che si iscrissero fecero opera di sgretolamento e di distruzione in seno a questi sindacati. Rigettai tutte le prove che non portavano al trionfo. Mi sembrava un crimine togliere al lavoratore anche una pur piccola parte del suo guadagno per un'idea, della cui utilità non mi ero ancora convinto. Se un nuovo partito politico svanisce, la maggior parte delle volte si tratta di un bene, e nessuno ha il diritto di lamentarsi: poiché tutto quello che uno dà ad un partito, lo regala senza pensare ad alcun beneficio. Ma colui che contribuisce con il suo denaro ad un Sindacato, ha il diritto di esigere le migliorie che il Sindacato gli promise. Si possono definire imbroglioni quei sindacati che non fanno ciò che promettono, o bisogna colpire quelle persone che hanno preso alla leggera tali compiti, chiamandoli a spiegare le loro azioni. Nel 1922 ognuno, seguendo queste idee. Altri, apparentemente, furono più intelligenti e crearono nuovi Sindacati. A noi ci fu contestata la mancanza di un nostro Sindacato, che dimostrava la nostra meschinità di giudizio e l'imperfezione del movimento. Comunque dopo poco tempo questi nuovi Sindacati scomparvero, così il prodotto ultimo fu simile per noi come per gli altri: con la differenza che noi non ci eravamo presi gioco né di noi né degli altri. La direzione politica estera del Reich non riuscì a trovare le basi per una costruttiva opera di politica d'alleanza. Questa deficienza rimase e aumentò dopo la rivoluzione. Infatti, prima della guerra si poteva attribuire l'errore alle idee sbagliate di politica generale, impostate dalla errata guida del nostro Stato, dopo però, la causa prima fu una volontà onesta. Era logico che i movimenti, i quali, tramite la guerra, erano riusciti a compiere un disastro, non avessero nessuno scopo nella ricerca di una politica di alleanza capace di far risorgere un libero Stato tedesco. Uno svolgimento indirizzato per quella via era opposto al senso profondo della rivoluzione di novembre, sarebbe stata in grado di cambiare o al limite di troncare l'internazionalizzazione dell'economia e della produttività tedesca. Poi i risultati che si sarebbero avuti da una battaglia con l'estero per la libertà tedesca, all'interno sarebbero stati dannosi per i capi dell'attuale potere statale. Non si può pensare a far risorgere una nazione se non la si è prima nazionalizzata; al contrario, tutte le vittorie in politica estera devono avere favorevoli ritorni. Tutte le lotte per la libertà. portano, come si sa, all'acutizzarsi del sentimento nazionale, dell'amor proprio, e nello stesso tempo membri antinazionalisti cercheranno con ogni mezzo di rendere irrealizzabile l'esito di quella lotta. Mentre in tempi pacifici certi fatti e persone sono sopportate o anche ben considerate, in tempi di eccitamento nazionale, al contrario, ottengono odio e repulsione, che spesso li conducono in cattiva sorte. Ricordiamoci, per esempio, il timore per le spie che allo scoppio della guerra portò a orribili persecuzioni, talvolta ingiuste, anche se si può dire che il pericolo delle spie non è minore in tempo di pace seppure, non polarizza su di sé l'attenzione di tutti. Le sanguisughe dello Stato salite al potere dopo gli avvenimenti di novembre, anche per questo motivo, intuiscono la loro possibile fine proprio dall'erompere del fervore patrio e dalle continue alleanze scaturite da una nuova esigenza di libertà. Proprio per questo che dal 1923 i maggiori uomini politici sbagliarono catastroficamente la loro politica estera e che lo Stato non fece altro che andare contro gli interessi nazionali tedeschi. E questo, a chi guarda superficialmente, può sembrare fatto non con intenzione ma ad un osservatore più profondo ciò si mostra come logica continuazione della strada intrapresa per la prima volta pubblicamente dalla rivoluzione del novembre 1918. Si dovrebbero indubbiamente distinguere i veri responsabili tra i nostri uomini politici che dovrebbero rispondere degli affari di stato e quelli che si comportarono come pecore. E mentre le sanguisughe sapranno essere quello che vogliono, le pecore per pigrizia o stupidità si adeguarono alla situazione. Quando ancora al partito nazional-socialista apparteneva solo un esiguo numero di settari raggruppati in una Lega sconosciuta, i problemi di politica estera non furono molto considerati dagli aderenti al partito, anche perché il nostro movimento ha sempre sostenuto che la libertà esterna è frutto dello sviluppo interno, e non dovuta da forze divine o terrestri. «Solo l'annientamento delle cause del nostro cedimento e degli sfruttatori di esso può costruire la premessa ad una libertà da opporre agli stranieri». E' facile quindi capire perché, all'inizio del nostro movimento i problemi di politica estera avessero meno importanza delle questioni di interesse interno. Ma con l'ingrandirsi di quell'insulso numero di associati che divenne una così importante Lega, fu necessario occuparsi della politica estera. Fu quindi indispensabile preparare i programmi che fossero lo sbocco naturale delle nostre direttive e non solo fatti per non intralciarle. Dalla scarsa preparazione dei nostri connazionali in politica estera deriva, per il movimento, l'obbligo di educare i singoli governanti e il grosso del popolo in una grandezza di vedute in politica estera, tale che possa servire a riconquistare la libertà tedesca e il vero potere del Reich. Nell'affrontare questo quesito, si deve sempre tenere presente il principio che anche la politica estera serve per la vittoria finale, cioè per l'ampliamento del nostro paese. Ogni decisione di politica estera deve soddisfare alla domanda: «è inutile, oggi e in futuro, alla nostra nazione o sarà dannoso? ». Questo è l'unico punto fermo nello svolgimento del quesito. Il problema oggi è lo stesso con questa variazione prima del conflitto si doveva badare al rafforzamento del paese, basandosi sulla potenza insita in uno Stato libero, oggi si deve tendere, per prima cosa, a ridare indipendenza e forza al paese, per poi impostare una politica estera che miri al consolidamento e al miglioramento del paese Stesso. Non si deve tener conto di altri elementi, siano essi politici, morali, umani. Prima del conflitto era dovere della politica estera procurare la sicurezza della nazione aprendo nuove strade per giungere a questa meta, e ottenere i mezzi di aiuto, per raggiungere lo scopo, sotto forma di alleati. Insomma la politica estera di ora dovrà servire a riottenere l'indipendenza. E a tal fine bisogna considerare la volontà di un paese di riottenere la libertà non è legata all'unità della nazione ma piuttosto al fatto che esista, seppur piccolo, un resto di quello Stato. E questa rimanenza, se ha la necessaria libertà, è in grado di rappresentare degnamente, lo spirito nazionale e preparare la lotta militare per la libertà. Se per l'unità dello Stato cento milioni di uomini sopportano la schiavitù, ciò è indubbiamente peggiore che

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