mercoledì 5 ottobre 2011

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rivoluzionari. Ma le nostre idee e le nostre azioni non devono assolutamente essere causate dall'approvazione o dalla disapprovazione del nostro tempo, ma dai nostri doveri verso una verità che abbiamo ritenuta valida. Dobbiamo persuaderci che i posteri, esaminando il nostro operato, non solo lo capiranno ma lo troveranno giusto e lo loderanno. Da ciò deriva anche, per noi nazionalsocialisti, la regola per giudicare lo Stato. Il valore d'uno Stato sarà relativo, se considereremo la singola nazione, assoluto se considereremmo l'umanità in sé. Cioè: la buona riuscita di uno Stato non deve essere giudicata dal livello della sua cultura e dalla potenza raggiunta in confronto al resto del mondo; ma solamente dal grado di bontà delle sue istituzioni verso la stessa nazione. Uno Stato può essere ritenuto perfetto se corrisponde allo stato di vita della nazione che deve rappresentare e se, in real.ta, proprio con la sua esistenza, conserva in vita quella nazione: qualunque sia il valore culturale di questo Stato riguardo al resto del mondo. Però lo Stato non ha la mansione di creare capacità, sua mansione è quella di facilitare la via alle capacità già esistenti. Invece si può dichiarare cattivo uno Stato, anche se di un elevato grado di civiltà, che ritenga finito il compito di portatore di questa civiltà nel suo ordinamento razziale. Poiché in questo modo le premesse di un'esigenza futura di questa civiltà che non creò lo Stato, e che è la conseguenza di una nazione creatrice di cultura assicurata dall'esistente ordine statale che la riassume in sé. Lo Stato non è un contenuto ma una forma. Perciò, la momentanea elevatezza della civiltà di un popolo non spiega la bontà di uno Stato in cui vive questo popolo. E' chiaro che un popolo che abbia raggiunto un alto grado culturale ha maggior pregio d'una tribù di negri: però l'organizzazione statale di quello, riguardo l'attuazione dei suoi fini, può essere meno valida di quella di una tribù di negri. Il migliore Stato e il migliore organismo statale non sono capaci di trarre da un popolo le qualità che non ha e che non ebbe mai. Al contrario, uno Stato cattivo, può distruggere qualità che in principio esistevano, permettendo o agevolando l'annientamento dei produttori della civiltà della razza. Per di più, il giudizio sulla validità di uno Stato può essere stabilito, in primo luogo, dal relativo vantaggio che ha per un determinato popolo, e non dalle qualità che gli sono attribuite nel mondo. Questo giudizio relativo può essere formulato subito e bene, invece il giudizio sul valore assoluto difficilmente si può dare, poiché è limitato non più solo dallo Stato ma anche dalla validità e dal livello morale di una nazione. Perciò, se si parla di un supremo compito per lo Stato, non si deve tralasciare che il supremo compito si trova esclusivamente nella nazione, alla quale lo Stato deve soltanto facilitare, con la coesione della propria esistenza, una libera evoluzione. E se pensiamo a come debba essere l'aspetto dello Stato adatto a noi tedeschi, dobbiamo prima capire bene quali uomini lo Stato debba avere e a quale meta debba tendere. Sfortunatamente, la nostra nazione tedesca non è più basata su un nucleo razziale organico. Il processo di fusione dei tanti caratteri primordiali non è tanto evoluto al punto di poter parlare di una nuova razza da esso costituita. Al contrario! Gli avvelenamenti del sangue subiti dalla nostra nazione, particolarmente dopo la guerra dei trent'anni, corruppero non solo il sangue, ma anche l'anima tedesca. Le frontiere aperte della nostra patria, il fatto di basarsi sull'aiuto di stranieri lungo le terre di confine, ma specialmente il frequente ingresso di stranieri nel nostro Reieh, ingresso ripetuto, non permisero che si attuasse una totale fusione. Non si creò una nuova razza ma le caratteristiche razziali rimasero vicine, con la conseguenza che, specialmente nei momenti sfavorevoli, quando ogni popolo è solito riunirsi, il popolo tedesco si sparpagliò in tutti i versi. Gli elementi razziali sono differentemente disposti a strati, non solo nelle dìfferenti regioni, ma pure in ogni singola regione. Vicino a individui nordici ci sono individui orientali, vicino agli orientali dinarici, individui occidentali, e fra tutti, mescolanze umane. Ciò causa una profonda rovina: il popolo tedesco è privo di qualunque disposizione innata di gruppo basata sull'unità di sangue, quella disposizione che nel pericolo preserva dalla distruzione le nazioni, facendo dimenticare le grandi e piccole divergenze interne e ponendo contro al nemico comune, il chiuso fronte di un gruppo unito. Nell'intrico delle nostre caratteristiche di razza, che non si fusero, si trova la base di quello che noi definiamo col termine «superindividualismo»: esso, nei periodi di pace, può essere vantaggioso, e, in fondo, ci portò alla suprei nazia sul mondo. Se il popolo tedesco, nella sua evoluzione storica, avesse avuto quell'unità di gruppo che ebbero altri popoli, oggi il Reich tedesco sarebbe padrone del mon(lo. La storia mondiale avrebbe avuto un altro sviluppo, e nessuno può dire che in questo modo non si sarebbe attuato ciò che tanti ciechi pacifisti credono di conseguire lamentandosi ed elemosinando: una pace non sostenuta dagli scodinzolamenti di piagnucolosi discorsi pacifisti, ma basata sulla spada vincitrice di un popolo dominatore che s'impadronisce del mondo per l'utilità di una civiltà superiore. Il fatto che non abbiamo avuto una nazione unita al sangue ci causò profondi dolori. Ha dato citta per viverci, a molti tedeschi \acquisiti, ma ha tolto al vero popolo tedesco il diritto di comandare. Ancora presentemente il popolo subisce lo strazio di questa decomposizione. Ma quello che causò sfortuna nei tempi passati, può creare la nostra fortuna per l'avvenire. Poiché, se da una parte, fu rovinoso il fatto che non si è creata una completa fusione delle nostre caratteristiche primordiali di razza e quindi non si sia attuata la coesione del nostro popolo, fu, d'altra parte vantaggioso che almeno una parte del nostro sangue migliore sia rimasto incontaminato e abbia evitato l'abbassamento razziale. Certamente dalla completa fusione delle nostre caratteristiche di razza originarie sarebbe conseguito un corpo nazionale unitario, ma esso, come accade per ogni incrocio di razze, avrebbe posseduto minor forza d'incivilimento di quella che aveva il migliore fra questi elementi originari. E' questo il vantaggio della cattiva riuscita della assoluta fusione: ancora oggi abbiamo nel nostro corpo nazionale tedesco grandi caratteristiche incontaminate di individui germanici del nord nelle quali possiamo riconoscere il più pregiato tesoro per il nostro futuro. Nei tempi oscuri in cui erano sconosciute tutte le leggi razziali, quando il valore di un uomo sembrava simile a quello di un altro, mancava il preciso discernimento del differente valore delle singole caratteristiche di base. Invece oggi sappiamo che la totale fusione delle caratteristiche del nostro corpo nazionale, avrebbe (per la coesione che ne sarebbe derivata), causato forse la potenza esterna, ma avrebbe impedito l'attuarsi dell'ultimo fine dell'umanità, perché quello che fu eletto chiaramente dal Destino sarebbe morto nella vaga mescolanza di razze della nazione unitaria. Ma quello che, senza nostro intervento, fu reso impossibile da un destino favorevole, dobbiamo osservare e giudicare oggi noi, iniziando dalle nozioni ora acquistate. Chi parla di un alto compito sulla terra del popolo tedesco, deve aver chiaro che questo può soltanto risultare nella creazione di uno Stato che riconosca sua mansione suprema la conservazione e nell'aumento delle caratteristiche migliori, rimaste incontaminate, della nostra nazione, anzi, di tutta l'umanità. In questo modo attua, per la prima volta, un elevato intimo fine. Di fronte al comico ordine di garantire la pace e l'organizzazione per truffarsi scambievolmente, si mostra un compito veramente alto, quello di mantenere e far progredire un'umanità superiore, data a questo mondo dalla bontà di Dio. Un ordinamento morto, che esige di restare in vita solo per amore di se stesso, deve trasformarsi in un organismo vivo che abbia come sola meta di essere utile ad un'idea superiore. Il Reich tedesco, ha il dovere, come Stato, di contenere tutti i tedeschi, con la missione non soltanto di riunire e conservare in questo popolo le migliori caratteristiche primordiali di razza, ma di elevarla lentamente ma sicuramente, ad una condizione di supremazia. Perciò, ad un periodo di immobilità segue un periodo di lotta. Ma, come sempre ed in ogni fatto, ha efficacia qui il proverbio: «chi si ferma arrugginisce» ed è sempre valido che «la vittoria sta nella lotta». Quanto più è elevato il fine della lotta che brilla davanti ai nostri occhi, quanto meno la grande massa ne ha adesso comprensione, tanto più grande è, e lo impariamo dalla storia mondiale, l'esito favorevole: e questo esito ha maggior pregio quando il fine è chiaramente capito e la lotta è fatta con volontà salda. Per molti dei funzionari che sono oggi al potere nello Stato puo essere più sicuro il combattere per la conservazione della forma di governo presente che battersi per uno futuro. Ad essi sembrerà più facile riconoscere nello Stato un'organizzazione che c'è solo per mantenersi in vita, così come, al contrario, la loro vita appartiene allo Stato, come usano affermare: come se ciò che è fiorito dalla nazione potesse necessariamente servire ad altro che alla nazione, e come se l'individuo potesse adoperarsi per altri che per l'individuo. Come ho detto, è logico che sia più comodo vedere nell'autorità statale nient'altro che lo esplicito complesso di un'organizzazione, piuttosto che la più alta rappresentazione della tendenza innata di un popolo alla propria conservazione sulla terra. Poiché, nel primo caso, per questi animi fragili, lo Stato e l'autorità Statale sono fini a se stessi, invece, nel secondo caso sono la meravigliosa arma adatta alla grande, immortale lotta per la sopravvivenza, un'arma alla quale ogni uomo deve adeguarsi poiché non funziona senza l'intervento dell'intelligenza ma è la manifestazione di una comune volontà di sopravvivere. Perciò, nella lotta della nuova idea che obbedisce all'originario significato della realtà troveremo solamente pochi compagni in un mondo che non solo materialmente, ma sovente per sfortuna, moralmente, è privo di, vigore. Solo individui eccezionali, vecchi dal cuore giovane e dall'intelligenza rimasta viva, si uniranno a noi da quei ceti, ma non quelli che riconoscono come missione della propria esistenza di mantenere una situazione già in atto. Abbiamo di fronte la smisurata 'schiera non tanto dei 'malvagi e dei' cattivi, quanto degli indolenti, degli insensibili, di quelli che si preoccupano di mantenere in vita la situazione presente. L'urlo di lotta, che fa fuggire gli animi gretti o li intimorisce, diviene il segno convenzionale per indicare la raccolta dei veri caratteri battaglieri. Ma proprio perché sembra che la nostra lotta non abbia possibilità di successo, ci appare più grande la nostra alta missione e l'eventualità del successo. Bisogna capire questo: quando un popolo mostra una determinata quantità di grossa energia tendente ad un fine, ed ha evitato l'indolenza delle grandi masse, i pochi diventano padroni dei più. La storia mondiale è creata da gruppi poco numerosi, se in questi gruppi poco numerosi ha vita la maggioranza della volontà e della forza di decisione. Perciò, ciò che può sembrare dannoso a molti, è in verità la condizione preliminare della nostra vittoria. Proprio nell'estensione del nostro compito e negli ostacoli che ci si oppongono, è riposta la possibilità che solo i migliori combattenti stiano per lottare per esso. E proprio in questa scelta sta la sicurezza di successo.

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