giovedì 23 giugno 2011

   Intanto, a mano a mano che si susseguono le archivia-
zioni e le assoluzioni degli indagati eccellenti delle indagi-
ni scippate a de Magistris, la stampa e le tv di regime si di-
vertono a spacciarle per altrettanti «fallimenti» dell’ex pm,
dipinto come un visionario, un incapace, un fabbricante
di «teoremi». Purtroppo non sappiamo né potremo mai sa-
pere come sarebbero finite quelle indagini se non gli fosse-
ro state scippate sul più bello. Nessuno potrà mai stabilire
se fossero fondate su elementi solidi e concreti o su fumi-
sterie persecutorie, perché nessuna di esse è stata portata a
termine dal pm che le aveva iniziate, e dunque tutto quel
che è accaduto dopo non lo riguarda. Ma è improbabile
che i suoi indagati eccellenti fossero tanto ansiosi di libe-
rarsi del magistrato che indagava su di loro, se erano così
sicuri della propria innocenza e della sua manifesta incapa-
cità: in quel caso avrebbero avuto tutto l’interesse a lasciar-
gli completare il suo lavoro, così che venisse smentito dai
giudici, quelli «buoni», quelli che restano a piè fermo in
Calabria, quelli che – statistiche alla mano – non hanno
mai fatto condannare nessuno per corruzione o concussio-
ne. Insomma quelli che hanno trasformato la regione più
inquinata d’Italia in una sorta di Eden incontaminato, con
statistiche penali da far invidia alla Scandinavia. Quelli di
cui non s’interesserà mai nessun politico, nessun ministro
e nessun Csm. Invece la preoccupazione generale era pro-
prio quella di impedirgli di andare fino in fondo nelle sue
indagini, onde evitare che centrassero l’obiettivo.
   Le iniziative di pm pazzi o inetti o visionari s’infrango-
no regolarmente contro il muro dei gip e dei gup, dei rie-
sami, dei tribunali, delle corti d’appello, della Cassazione.
Qui, invece, la coscienza sporca degli indagati eccellenti
aveva intuito che, con quel pm al lavoro, le cose potevano
mettersi molto male. Espulso come corpo estraneo il disturbatore de Magistris, la classe dirigente calabrese può
tornare alla serenità di sempre, ben protetta da una magi-
stratura che, salvo rarissime eccezioni, non ha il brutto vi-
zio di disturbare.
   È bene che queste cose gli italiani le sappiano e non le
dimentichino mai. Soprattutto ora che, non potendo più
fare il mestiere che reputa il più bello del mondo, quello
del pubblico ministero, Luigi de Magistris si è dato alla po-
litica ed è stato eletto europarlamentare nelle liste dell’Ita-
lia dei valori. Naturalmente gli hanno subito rinfacciato di
avere sfruttato la sua notorietà per fare politica, come lo
rinfacciarono a Michele Santoro nel 2005, quando dopo
tre anni di inattività forzata per l’editto bulgaro, non po-
tendo più fare il suo mestiere di giornalista televisivo, si
candidò alle Europee come indipendente nelle liste del-
l’Ulivo. È fin troppo evidente che né a de Magistris né a
Santoro sarebbe mai venuto in mente di darsi alla politica,
se avessero potuto seguitare a fare i mestieri a cui erano vo-
cati. E le loro vicende, per molti versi simili e parallele, do-
vrebbero sollevare un dibattito serio su quanto è avvenuto
nella Seconda Repubblica dei partiti che da sedici anni
combattono i poteri terzi, i ruoli di controllo, le funzioni
arbitrali. E spesso riescono a rendere la vita difficile, se non
impossibile, a chi non si rassegna al ruolo di impiegato,
non si accasa, non si mette al servizio di nessuno.
   Per questo il libro Assalto al pm  di de Magistris è utile.
Non perché racconti la vita di un santo (il protagonista,
come tutti gli esseri umani, ha commesso i suoi errori, ha
avuto le sue debolezze, ha tradito le sue ingenuità e, fatta
salva la buona fede, non ne ha mai fatto mistero). Ma per-
ché racconta una parabola che non è un caso isolato, un
fungo spuntato nel deserto, ma l’ennesimo sintomo del
male incurabile che corrode il paese: la guerra senza quar-
tiere dei poteri forti e sempre meno occulti alle figure ter-
ze, agli irregolari, ai non omologati; la quotidiana potatura delle siepi per segare le punte che emergono dal conformismo, dal servilismo e dalla mediocrità al ribasso.
   Non si tratta di una serie di casi individuali, perché il vi-
rus colpisce tutti i cittadini: sono loro le vere vittime di
questo sistema. Basti pensare all’oggetto dell’inchiesta «Po-
seidone», da cui tutto è cominciato: 800 milioni di euro
spesi in Calabria in dieci anni per depurare le acque del
mare, soldi pubblici (statali, regionali ed europei) in gran
parte rubati da politici, affaristi e «prenditori» (definizione
di Pippo Callipo) senza scrupoli, col risultato che le acque
della Calabria sono più sporche di prima e mettono in fu-
ga l’unica risorsa che potrebbe risollevare la regione dalla
sua cronica depressione: i turisti. Risultato: la classe diri-
gente che ha partecipato a quella gigantesca ruberia è sem-
pre al suo posto, mentre il magistrato che aveva osato tra-
scinarla sul banco degli imputati ha dovuto andarsene.
   La presenza nella magistratura e nell’informazione di
personalità forti, anticonformiste, controcorrente è una
fortuna, una garanzia, una risorsa preziosa. Non averle è
un danno per tutti. Più si accorciano le distanze fra destra
e sinistra verso il partito unico degli affari e dei malaffari,
verso la casta unica dei giornalisti servi, verso la corpora-
zione togata forte coi deboli e debole coi forti, più l’esi-
stenza di individualità riottose agli ordini dei manovratori
e obbedienti soltanto alla Costituzione è un formidabile
antidoto al regime.
   De Magistris la sua battaglia all’interno della magistra-
tura l’ha irrimediabilmente perduta. Ma l’accoglienza che
gli ha riservato Antonio Di Pietro nelle sue liste, la valanga
di voti soprattutto giovani che l’ha portato a Bruxelles e il
patrimonio di stima, simpatia e credibilità che ha saputo
conquistarsi sono comunque motivi di speranza. Sia per
quello che Luigi potrà fare nel suo nuovo ruolo di presi-
dente della commissione di controllo sui fondi europei, sia
perché la sua esperienza è un deterrente contro nuovi «casi de Magistris»: prima di cacciare un altro magistrato perbene solo perché si è permesso di indagare a destra e a sini-
stra senza chiedere il permesso alla destra e alla sinistra, il
partito dell’impunità ci penserà bene. Perché, a partire dal
«caso de Magistris», sa che non potrà farlo a costo zero,
nelle segrete stanze, lontano da occhi indiscreti dell’opi-
nione pubblica. A patto che il «caso de Magistris» sia co-
nosciuto e ricordato da tutti.

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