mercoledì 22 giugno 2011

assalto al pm libro de magistris

Ho conosciuto Luigi de Magistris otto anni fa, nel maggio
2002, quando mi invitò a un convegno che aveva organiz-
zato a Napoli insieme ad altri giovani pubblici ministeri
della sua città. In quel convegno c’era già tutto Luigi, fin
dal titolo: «Le forme del dissenso tra riformismo e globa-
lizzazione».
   L’iniziativa suscitò polemiche ancor prima di svolgersi.
Sia perché a promuoverla erano fra gli altri Francesco Ca-
scini e Marco Del Gaudio, che poco tempo prima aveva-
no fatto arrestare otto agenti di polizia per le violenze
commesse contro decine di giovani no-global al Social Fo-
rum di Napoli 2001, triste prova generale della mattanza
del G8 di Genova del luglio successivo. Sia perché i magi-
strati promotori avevano firmato un «Manifesto per la
Giustizia» che definiva la magistratura «il luogo privilegia-
to di emersione del conflitto tra l’affermazione di una so-
cietà unilaterale e lo Stato di diritto»: un conflitto tra au-
torità e libertà che «può risolversi unicamente nella me-
diazione imparziale di un organo indipendente».
   Quel giorno Luciano Violante, allora capogruppo Ds
alla Camera, gettò definitivamente la maschera bacchet-
tando i magistrati organizzatori: «Mi sembra un manifesto
in parte infondato e in parte demagogico; credo che si ab-
bia il pieno diritto di scrivere certe cose, ma poi si deve essere pronti a essere criticati. Considerare la magistratura
come unico e ultimo argine della democrazia è un errore
assai grave. Considerare se stessi come ultimo ridotto del-
la democrazia significa innanzitutto fare un’analisi sbaglia-
ta della società e, secondo, caricare se stessi di responsabi-
lità che non si possono rivestire proprio in quanto magi-
strati: sono due aspetti assai delicati e si rischia così di non
essere credibili agli occhi dell’opinione pubblica quando si
fanno affermazioni di questo genere». Per fortuna a rimet-
tere le cose a posto sul diritto-dovere dei magistrati di par-
tecipare al dibattito giuridico e costituzionale, intervenne-
ro poi due persone serie come Armando Spataro e Pierca-
millo Davigo.
   Un paio d’anni dopo, de Magistris si trasferì a Catanza-
ro, una delle sedi giudiziarie meno appetibili e appetite dai
magistrati italiani. E affrontò subito con entusiasmo la
nuova avventura in Calabria, terra d’origine di sua moglie:
l’entusiasmo di un figlio del Sud che discende da una fa-
miglia di magistrati (lo erano il bisnonno, il nonno e il
papà, quest’ultimo autore della memorabile sentenza sul
«caso Cirillo»). La prima indagine importante in cui fu
coinvolto dai suoi capi, prima di capire chi davvero fosse-
ro, colpì due persone che conoscevo e ritenevo perbene:
l’avvocato Ugo Colonna e l’onorevole Angela Napoli, dis-
sidente di An, entrambi combattenti dell’antimafia. Il pri-
mo finì addirittura in carcere per violenza e minaccia a cor-
po giudiziario aggravate dalla volontà di favorire la ’ndran-
gheta; la seconda «soltanto» indagata con la stessa accusa.
Scrissi su «MicroMega» un duro articolo che smontava
quell’inchiesta, dalla quale ben presto sia Colonna sia la
Napoli furono completamente prosciolti.
   Qualche mese dopo, dovendo verificare la posizione pro-
cessuale di un parlamentare del centrodestra per un libro
che stavo scrivendo, telefonai a de Magistris in ufficio. Ma,
alla mia domanda, mi attaccò il telefono in faccia. Tant’è che nel 2006, quando partì la campagna politico-mediatica
che mirava a dipingerlo come un magistrato che passava
notizie segrete alla stampa, gli mandai un sms scherzoso:
«Possibile che passi notizie segrete a tutti e, a me che ti chie-
devo una notizia pubblica sull’onorevole Tizio, hai sbattuto
la cornetta sul muso?». Erano i mesi caldi delle inchieste
«Poseidone», «Toghe lucane» e «Why not» e delle furibonde
polemiche montate dopo l’iscrizione nel registro degli in-
dagati dell’allora premier Romano Prodi, di vari faccendieri
calabresi, magistrati lucani, parlamentari di destra e di sini-
stra e infine dell’allora ministro della Giustizia Clemente
Mastella. Fui tra i pochi giornalisti, insieme a Carlo Vulpio,
Antonio Massari, Enrico Fierro e Franco Viviano, a difen-
dere il lavoro di de Magistris sulla stampa nazionale (allora
scrivevo su «l’Unità» e su «L’espresso» e già collaboravo con
Annozero). Luigi ogni tanto mi ringraziava per i miei arti-
coli con sms dolenti, ma mai rassegnati, sempre sereni e de-
terminati. Era convinto che la Costituzione sarebbe bastata
a proteggere la sua indipendenza, il suo diritto-dovere di
indagare fino in fondo, dalla voglia matta di destra e sini-
stra di farlo fuori. Si sbagliava, purtroppo. Isolato quando
non addirittura attaccato dall’Anm, cioè dal sindacato to-
gato che avrebbe dovuto difenderlo, ignorato dalle varie
correnti progressiste e conservatrici della magistratura (for-
se perché non si era più iscritto alla fu Magistratura demo-
cratica), de Magistris fu difeso pubblicamente soltanto da
Clementina Forleo, da Antonio Ingroia, da Felice Lima, da
Piercamillo Davigo e da un pugno di colleghi napoletani
(fra cui Marco Del Gaudio e Pino Narducci).
    Michele Santoro e Sandro Ruotolo lo invitarono a par-
tecipare ad Annozero, una volta con un’intervista registrata
e un’altra in collegamento diretto, quando i suoi superiori
gli sfilarono dalle mani prima «Poseidone» e poi «Why
not», anticipando così la controriforma dell’ordinamento
giudiziario Mastella-Castelli, iniziata dal centrodestra e
sciaguratamente approvata dal centrosinistra: quella che
gerarchizza le procure, espropria i sostituti procuratori del
potere d’indagine «diffuso» e conferisce ai capi degli uffici
poteri di vita e di morte sulle indagini. Controriforma che
consentì subito dopo a Mastella di chiedere, in via cautela-
re e dunque urgentissima, la rimozione di de Magistris da
Catanzaro. Richiesta poi prontamente esaudita, con un al-
tro fulmineo procedimento avviato dal procuratore gene-
rale della Cassazione, dal peggiore Csm che l’Italia abbia
mai avuto. Quello in cui siedono molti consiglieri in pale-
se conflitto d’interessi, per i loro legami con indagati eccel-
lenti di de Magistris, oltre alla «laica» nominata dal Pdci
Letizia Vacca, che si permise addirittura di anticipare il
giudizio («sono cattivi magistrati che vanno colpiti») su
Luigi e sulla Forleo, la gip di Milano che aveva osato difen-
dere pubblicamente il collega nel programma di Santoro, e
che fu anch’essa indebitamente cacciata.
   Alla fine la sezione disciplinare del Csm punì Luigi con
la «censura» e con il «trasferimento ad altra sede e ad altre
funzioni», vietandogli cioè di esercitare il ruolo di pm. La
censura era motivata con la «grave e inescusabile violazio-
ne di norme e disposizioni». L’incompatibilità ambientale
era spiegata col fatto che de Magistris aveva denunciato
«magistrati in servizio a Catanzaro in uffici diversi». L’in-
compatibilità funzionale, infine, era dovuta al mancato «ri-
spetto di regole di particolare rilievo» nonché alle «insuffi-
cienti diligenza, correttezza e rispetto della dignità delle
persone». La lettura delle motivazioni del provvedimento,
costellate di assurdità, illogicità e financo menzogne, dava
la netta impressione che prima si fosse deciso di condanna-
re de Magistris «a prescindere», poi si fosse cercato «qual-
cosa» per giustificare la decisione già presa. Del resto l’an-
ticipazione di giudizio della Vacca e la dichiarazione del vi-
cepresidente Nicola Mancino (presidente della Disciplina-
re) che, violando il segreto della camera di consiglio, parlò di «verdetto unanime», gettavano sulla vicenda altre pesan-
ti ombre. Così come la decisione della Disciplinare di non
attendere la conclusione delle indagini della Procura di Sa-
lerno, dove de Magistris aveva denunciato gli autori del
presunto complotto ai suoi danni e dove quel complotto
era ormai sul punto di essere provato (l’aveva appena rive-
lato allo stesso Csm il pm salernitano Gabriella Nuzzi).
   Vorrei qui riportare, in sintesi, le tre «incolpazioni» che
hanno portato alla condanna di de Magistris, sulle circa
venti, mosse dal pg della Cassazione (per tutte le altre – fu-
ghe di notizie, interviste, Annozero  eccetera – è scattata
l’assoluzione)

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