1) De Magistris non avvertì il suo procuratore Mariano
Lombardi di aver iscritto nel registro degli indagati l’avvoca-
to e onorevole forzista Giancarlo Pittelli nell’inchiesta «Po-
seidone», secretando in cassaforte l’atto di iscrizione. Ma Pit-
telli non era un indagato normale, né Lombardi un procura-
tore normale. Lombardi infatti ha un figliastro (figlio della
sua convivente) che è socio in affari di Pittelli. E Pittelli era
il difensore di diversi indagati da de Magistris. Il quale aveva
motivo di ritenere – come ha denunciato a Salerno – che
certe fughe di notizie che avevano vanificato intercettazioni
e perquisizioni provenissero proprio dal suo capo. Insomma
si trovava in una situazione inedita e non prevista dalle leggi:
avrebbe dovuto riferire a un procuratore legato a filo doppio
a un suo indagato. Per questo – per proteggere il bene supre-
mo della riservatezza delle indagini – Luigi aveva deciso di
non informarlo, temendo che Pittelli venisse a sapere di es-
sere indagato e mandasse a monte l’inchiesta. Infatti, appe-
na Lombardi seppe che Pittelli era stato indagato, levò l’in-
dagine a de Magistris. Ma, anziché occuparsi di Lombardi
(che ha traslocato in altra sede prima del processo disciplina-
re), il Csm ha trasferito de Magistris.
2) Nell’ordine di perquisizione a carico del pg di Poten-
za Vincenzo Tufano, indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta «Toghe lucane», de Magistris inserisce la testimonianza del gip potentino Alberto Iannuzzi, che accusa il pg
di aver chiuso gli occhi sul fatto che un giudice del tribu-
nale presiedeva un processo in cui, a sostenere l’accusa, era
una pm che – secondo voci insistenti – era anche la sua fi-
danzata. Con tanti saluti alla terzietà del giudice e con tan-
ti auguri all’imputato. De Magistris – scrive il Csm – «non
ha indicato elementi di riscontro» alle parole di Iannuzzi.
Dunque ha arrecato «danno» e «discredito» a Tufano. Una
«negligenza» così «grave e inescusabile» da consentire al
Csm di sindacare sul merito di un provvedimento giurisdi-
zionale, cosa che per legge sarebbe vietata. Ora, fermo re-
stando che siamo nel terreno dell’opinabilità più sfrenata,
è del tutto fisiologico che durante le indagini si formulino
ipotesi di accusa che proprio le indagini (e le perquisizio-
ni) sono chiamate a confermare o smentire. Se tutti i pm
che accusano un indagato fossero trasferiti per averlo scre-
ditato, non avremmo più un solo pm in circolazione. Pre-
tendere che il pm parli bene dei propri indagati è forse un
po’ eccessivo. Infatti l’unico che s’è visto contestare un’ac-
cusa così demenziale è de Magistris. Tufano e i due even-
tuali fidanzati sono rimasti ovviamente al loro posto.
3) De Magistris, «con inescusabile negligenza, dopo l’emis-
sione ed esecuzione nei confronti di 26 indagati di un
provvedimento di fermo, ometteva di richiederne la con-
valida al gip, determinando la conseguente dichiarazione
di inefficacia da parte del gip». E qui, dall’illogicità, si pas-
sa alle bugie. Nel maggio 2005 de Magistris chiede una raf-
fica di misure cautelari per ventisei presunti mafiosi e nar-
cotrafficanti. Ma il gip ci dorme sopra un anno e si perde il
fascicolo per strada. Intanto gli indagati rimasti liberi se-
guitano a delinquere: uno tenta addirittura un omicidio.
Vista l’inerzia del gip, nel giugno 2006 la polizia chiede a
de Magistris di emettere un provvedimento di «fermo del
pm» per tutti gli indagati. Lui lo firma insieme a Lombardi il 23 giugno. Il 12 luglio scattano gli arresti per ottanta
persone in varie parti d’Italia. Due giorni dopo – come
vuole la legge – de Magistris chiede ai gip delle varie città
interessate la convalida dei fermi e altrettante misure cau-
telari. E qui commette una svista, puramente formale e in-
nocua, dovuta – spiegherà lui, invano, al Csm – agli enor-
mi carichi di lavoro: in calce alla richiesta dimentica di in-
serire la formula di rito «chiedo la convalida del fermo» e
scrive soltanto che vuole la custodia cautelare. Ma è evi-
dente che il provvedimento è finalizzato anche alla conva-
lida dei fermi (visto che arriva entro quarantotto ore dai
fermi e le richieste cautelari riposano in pace sul tavolo del
gip da un anno). Tant’è che i gip delle altre sedi capiscono
tutti al volo: convalidano i fermi e lasciano gli arrestati in
carcere. Solo il gip di Catanzaro non capisce, o finge di
non capire, e scarcera i fermati. Il tutto sebbene de Magi-
stris – accortosi della svista – abbia subito inviato una nota
in cui precisa di volere la convalida.
Il pm emette un nuovo fermo per evitare la scarcerazio-
ne di quei pericolosi individui, poi richiede convalida e
manette, stavolta con la formula di rito. Ma il gip respinge
la richiesta e rimette quasi tutti in libertà. De Magistris ri-
corre al Riesame, che gli dà ragione su tutto, bocciando il
gip e rimettendo dentro i tipi in questione. Per il pg della
Cassazione e per il Csm, questa sarebbe una «grave viola-
zione di legge determinata da negligenza inescusabile» da
parte di de Magistris (non da parte del gip che lascia liberi
per un anno e poi scarcera soggetti pericolosissimi fermati
due volte dal pm). Secondo il Csm, il gip di Catanzaro non
poteva capire l’intenzione del pm perché «il deposito del
provvedimento del fermo non comportava necessariamen-
te la richiesta della sua convalida, potendo il pm anche di-
sporre l’immediata liberazione del fermato e omettere la ri-
chiesta di convalida». Già: ma qui de Magistris non voleva
la liberazione, tant’è che chiedeva (da un anno!) le misure
cautelari. Se uno vuole scarcerare un fermato, non chiede
di arrestarlo. Infatti tutti i gip d’Italia hanno convalidato i
fermi, tranne quello di Catanzaro. Se errore c’è stato, non
è affatto «grave», almeno da parte del pm: perché, per te-
ner dentro quei soggetti, bastava che il gip negasse la con-
valida dei fermi, ma applicasse le misure cautelari esplicita-
mente richieste dal pm. Se invece il pm non si fosse sba-
gliato e avesse chiesto anche la convalida del fermo, e il gip
l’avesse accolta negando – come ha fatto – le misure caute-
lari, i soggetti sarebbero usciti comunque (il fermo dura
quarantotto ore, che erano già scadute). Cosa che infatti è
avvenuta con il secondo fermo e la seconda richiesta di de
Magistris, respinta dal gip poi sbugiardato dal Riesame.
Dunque, se c’è un errore grave, è quello del gip (che però
non è stato nemmeno indagato dal pg della Cassazione né
dal Csm). Pare il teatro dell’assurdo, ma è per questo che
de Magistris viene condannato, trasferito e inibito per
sempre dalle funzioni di pm.
Non basta. La stessa Disciplinare del Csm pareva ren-
dersi conto dell’assurdità dell’addebito e, pur di rafforzare
la «gravità» della «colpa», prendeva a pugni la logica e il
buonsenso con il seguente paralogismo: «La qualificazione
“grave” va posta in relazione sia all’importanza della norma
violata sia al carattere evidente, indiscutibile dell’errore,
come tale necessariamente conseguenza di “negligenza ine-
scusabile”». Par di sognare: un errore innocuo e irrilevante
diventa «grave» solo perché «evidente». Se il giudice Mario
Rossi si distrae e firma una sentenza «Franco Rossi», l’erro-
re è «evidente e indiscutibile» e viola la norma «importan-
te» che prevede la riconoscibilità del giudice. È pure grave
e inescusabile? Anche Mario Rossi sarà condannato? Al
confronto, l’avvocato Azzeccagarbugli era un dilettante.
Ultima delizia. La «colpa» di de Magistris sarebbe «grave
e inescusabile» anche perché il procuratore Lombardi ha
dichiarato al Csm che de Magistris riconobbe l’errore: e
Lombardi «è credibile in quanto anch’egli firmatario dei
provvedimenti di fermo e di richiesta custodiale». Parados-
so dei paradossi. Una cosa è grave se è grave. Se invece è ir-
rilevante, non può diventare grave perché lo dice qualcu-
no, tra l’altro coinvolto personalmente (Lombardi è stato
denunciato da de Magistris e perciò indagato a Salerno). E
poi: se Lombardi è «anch’egli firmatario del provvedimen-
to» ritenuto grave e inescusabile, perché è stato condanna-
to solo de Magistris e Lombardi non è stato nemmeno pro-
cessato? Pare di essere al cabaret, invece siamo al Csm, ri-
dottosi ad acronimo di Ciechi Sordi Muti.
In attesa di prendere possesso delle sue nuove funzioni
nella sede dov’è stato trasferito, il Tribunale del riesame di
Napoli, de Magistris completa il suo lavoro a Catanzaro e
prepara le richieste di rinvio a giudizio dell’ultima grande
inchiesta rimastagli fra le mani, quella sulle «Toghe luca-
ne» (fra gli indagati c’è pure il pm di Potenza Felicia Geno-
vese, celebre fra l’altro per aver indagato così bene sulla
scomparsa di Elisa Claps). Ma, mentre sta scrivendo, il
nuovo guardasigilli, il berlusconiano Angelino Alfano, gli
intima di prendere possesso immediato, dunque anticipa-
to, a Napoli. Così gli impedisce di portare a termine anche
l’unica inchiesta che non gli era stata tolta.
L’epilogo della storia l’aveva previsto già nel 2006, con
la sinistra lungimiranza di un Nostradamus malandrino,
uno dei «clienti» più illustri di de Magistris: Giuseppe
Chiaravalloti, ex magistrato, ex governatore forzista della
Calabria, indagato in quel momento a Catanzaro per asso-
ciazione per delinquere nell’inchiesta «Poseidone» (poi il
nuovo pm opterà per l’archiviazione) e tutt’oggi sotto in-
chiesta a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. In
una telefonata intercettata nel 2005 con la sua segretaria,
Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela
facciamo pagare... Lo dobbiamo ammazzare. No, gli fac-
ciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla
camorra napoletana... Saprà con chi ha a che fare... C’è
quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corri-
sponde una reazione... Siamo così tanti ad avere subìto
l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata!...
Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi...».
Le indagini di de Magistris, passate in altre mani, ver-
ranno smembrate, sminuzzate, sfigurate e in parte, secon-
do l’accusa sostenuta dalla Procura di Salerno, insabbiate
dai magistrati che le ereditano. Gli imputati eccellenti ver-
ranno archiviati l’uno dopo l’altro, mentre saranno rinviati
a giudizio perlopiù i pesci piccoli e medi. Intanto anche i
pm di Salerno – Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dioni-
gio Verasani – che stanno scoprendo le ragioni di Luigi e i
torti (per non dire i reati) dei suoi superiori e di molti suoi
colleghi vengono a loro volta attaccati da destra e da sini-
stra, isolati dall’Anm e puniti fulmineamente dal Csm, con
la fattiva collaborazione del capo dello Stato (Nuzzi e Vera-
sani trasferiti e inibiti dalle funzioni di pm, Apicella addi-
rittura destituito, con la scusa di una inesistente «guerra
fra procure» tra Salerno e Catanzaro).
Missione compiuta: nessuno deve più avvicinarsi alla fo-
gna politico-affaristico-giudiziaria calabro-lucana. Chi toc-
ca quei fili muore, almeno professionalmente. Ne sanno
qualcosa non solo de Magistris, Forleo, Apicella, Nuzzi e
Verasani; ma anche i magistrati onesti di Potenza che han-
no denunciato i loro superiori a Catanzaro (Henry Wood-
cock, Alberto Iannuzzi, Rocco Pavese e Vincenzo Monte-
murro, trascinati dinanzi al Csm e in alcuni casi puniti); e
ancora i consulenti Gioacchino Genchi e Piero Sagona, de-
fenestrati dalle indagini; così come il capitano dei Carabi-
nieri Pasquale Zacheo, trasferito dall’Arma ad altra sede; e
l’inviato del «Corriere della Sera» Carlo Vulpio, che aveva
seguito puntigliosamente le indagini di de Magistris e che,
da allora, non ha più potuto scrivere una riga sul suo gior-
nale. Come nel romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha
Christie, chiunque si sia avvicinato al verminaio catanzare-
se è inesorabilmente caduto.
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